SPILLO/ Arca sgr, l’ultimo caso di “harakiri” finanziario italiano

- Paolo Annoni

Sembra esserci molto interesse sul risparmio gestito italiano. Ma cederlo a soggetti stranieri, spiega PAOLO ANNONI, non è una scelta lungimirante e nell’interesse del Paese

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Il settore finanziario italiano è finito per due giorni di fila sulle pagine del Financial Times che ha deciso di segnalare ai propri lettori due “piccole” operazioni che normalmente non avrebbero scalato così tante posizioni. Lunedì si dava conto della salita nell’azionariato di Julius Baer nella italiana Kairos, che con 8 miliardi di masse in gestione è una boutique finanziaria affermatissima nel ristretto panorama finanziario milanese; la notizia veniva condita con alcune considerazioni, ormai evidenti a tutti, sulle eccezionali opportunità che presenta il mercato italiano del risparmio gestito. Si notavano inoltre i significativi successi in termini di raccolta di alcune banche italiane. Il giorno successivo scalava la classifica delle notizie di giornata fino alla vetrina del FT l’acquisizione da parte di Ubs del private banking italiano di Santander con i suoi 2,7 miliardi di masse in gestione. Le masse di Ubs, al netto di questa acquisizione, sono cresciute in Italia nel 2015 del 9%, una percentuale di molto superiore alla crescita del Pil.

Lo scenario di mercato è chiarissimo, ma vale comunque la pena un ulteriore promemoria. L’Italia è ricchissima di risparmio e gli italiani continuano a risparmiare, ma hanno il problema di ottenere rendimenti apprezzabili in una fase in cui tutti i prodotti di risparmio tradizionali a basso rischio non rendono più nulla; le obbligazioni statali italiane sulle scadenze più brevi hanno addirittura rendimenti negativi, mentre le obbligazioni societarie hanno rendimenti schiantati a meno che si decida di scommettere su società problematiche o perfino molto problematiche. In questo scenario la recettività del cliente medio a un’offerta di prodotti di risparmio più avanzata è altissima e i risultati delle banche italiane degli ultimi trimestri dimostrano inequivocabilmente quali siano le potenzialità attuali.

Si spiega in questo modo perché il settore italiano sia così effervescente e perché tante società internazionali decidano di investire tanti soldi veri per entrare in un mercato dove si può raccogliere molto denaro da investire generando commissioni di gestione e di performance, oltre che stipendi a tre cifre. I mercati avanzati che hanno sia tante masse potenziali che tante opportunità sono pochissimi, nel senso che in altre economie sviluppate le forme tradizionali e “passive” di risparmio sono meno diffuse, mentre il mercato è già dominato da soggetti che offrono prodotti più elaborati.

Negli ultimi giorni almeno due offerte sono state fatte per l’acquisto di Arca sgr, una delle principali società di gestione del risparmio italiane con oltre 28 miliardi di euro di masse in gestione. Gli azionisti di Arca (Popolare di Sondrio, Banco Popolare, Bper, Popolare Vicenza e Veneto Banca) hanno deciso di vendere e due soggetti si sono fatti avanti: il fondo americano Atlas che ha offerto un miliardo di euro e l’italiana Anima che ha offerto 700-800 milioni più una componente aggiuntiva su un orizzonte temporale più lungo. Alcuni degli azionisti di Arca hanno probabilmente bisogno di vendere, più prima che dopo, per rafforzare i requisiti patrimoniali.

In un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore, Bob Diamond, ad di Atlas e già ceo di Barclays (prima che lo scandalo Libor lo portasse alle dimissioni), viene presentato con queste parole “fu l’operato di Diamond a consentire a Barclays di essere l’unica banca britannica a non aver avuto bisogno di aiuti finanziari” e “il capro espiatorio dello scandalo del Libor”, mentre sul Wall Street Journal di aprile si poteva leggere un articolo piuttosto critico su Bob Diamond e Atlas Mara, da lui co-fondata, “un veicolo sotto esame per compensi e conflitto di interesse”. L’americano che “scommette” sull’Italia è però sempre una bella notizia da scrivere. L’interesse della finanza internazionale per il “derelitto” settore finanziario italiano sarebbe quindi una buona notizia che dovrebbe lusingare, così come lo erano gli exploit delle banche popolari all’indomani dell’annuncio dell’abrogazione del voto capitario.

Mettere le mani sul risparmio degli italiani in euro per investirlo con laute commissioni nei mercati globali ha pochissimo a che fare con l’Italia e la sua economia. Dovrebbe essere evidente l’enorme differenza che corre tra investire in Italia e investire con i soldi degli italiani, così com’è chiaro a tutti che aprire un capannone e assumere degli operai in Italia è diverso che comprare azioni di una popolare per rivenderle dopo le opa o le “sinergie”. In qualsiasi altro Paese del mondo si cercherebbe di tutelare, facendo sistema, uno dei più grandi punti di forza (il risparmio, in Italia) rimasti. Rimaniamo convinti che spiegare a un anonimo investitore “anglosassone”, che a stento sa dov’è l’Italia, perché finanziare lo Stato italiano o un’opera infrastrutturale o un’azienda italiana sia un po’ più difficile che farlo a un italiano, soprattutto con il Pil allo zero virgola, la disoccupazione a due cifre e la burocrazia e il sistema giudiziario che ci ritroviamo. Tutto questo senza considerare che il risparmio italiano gestito in Italia genera commissioni e stipendi in Italia e non magari a Londra o New York.

Si arriverà, se non si è già arrivati, al paradosso che con i risparmi degli italiani si scommetterà contro Btp e Bot con i bei risultati di autunno 2011; poi però non lamentiamoci di emigrazione giovanile e di Italia paese per vecchi.

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