BORSA & SPREAD/ La “lista” che mette in pericolo l’Italia

- Paolo Annoni

La borsa di Milano ieri ha chiuso con un calo del 2,4% dopo aver perso quasi il 2% anche giovedì. Lo spread è tornato ai livelli di febbraio. Il commento di PAOLO ANNONI

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La borsa di Milano ieri ha chiuso con un calo del 2,4% dopo aver perso quasi il 2% anche giovedì. Il nervosismo sui mercati, e in particolare su quelli dell’Europa periferica come l’Italia, si è tradotto nel maggior incremento dello spread Btp/Bund degli ultimi sei mesi, atterrando a livelli che non si vedevano da metà febbraio. Il movimento sullo spread è molto più significativo del calo del mercato azionario sia perché la borsa di Milano mercoledì sera era arrivata a toccare un rialzo del 30% dall’inizio dell’anno, sia perché è ormai in atto il Quantitative easing della Banca centrale europea che ha prodotto effetti evidentissimi sul mercato delle obbligazioni statali italiane.

L’origine del nervosismo dei mercati, ancora una volta, è facilmente rintracciabile nella fragilissima situazione del governo greco che al momento non avrebbe le risorse per rimborsare le scadenze dovuto al Fondo monetario internazionale a metà maggio. Oggi, prima dell’Eurogruppo di venerdì, si riuniranno governo greco, Commissione europea e Fondo monetario internazionale.

Il mercato fino a metà di questa settimana ha praticamente ignorato il rischio “greco” spinto dall’entusiasmo del Quantitative easing della Banca centrale europea che ha messo al riparo dalla “speculazione” l’Europa periferica, Italia in testa. Chiunque negli ultimi mesi è stato prudente ha sottoperformato in modo marcato. La convinzione implicita che si è fatta strada era che la questione greca sarebbe stata in un modo o nell’altro risolta oppure che, tutto sommato, gli effetti negativi di un default o un’uscita dall’euro sarebbero rimasti confinati alla Grecia.

La questione però non è così semplice. La banca d’affari Ubs in un report del 13 aprile si è esercitata sull’ipotesi di uscita della Grecia dall’area euro cercando di capire quanto grande e quale fosse il rischio contagio. La premessa era che la convinzione implicita sul mercato fosse quella di un’uscita della Grecia dall’euro, ma che il rischio contagio fosse molto basso.

La premessa è assolutamente ragionevole visto l’andamento dei mercati fino alla metà di questa settimana in cui appunto non è stato evidentemente rilevato alcun rischio particolare. La banca d’affari nell’esercizio evidenziava due elementi. Il primo era che il rischio contagio fosse in realtà molto alto e il secondo che il canale di diffusione sarebbe stato una replica della corsa agli sportelli registrata in queste settimane in Grecia.

Se si ammette che un Paese può uscire dall’euro, per di più in modo disordinato, allora è chiaro che questa possibilità, finora teoricamente impossibile, può essere presa in considerazione per tutti gli altri Paesi. E se questa possibilità fa capolino tra le paure dei risparmiatori può accadere, come successo in Grecia, che i risparmiatori dei Paesi oggetto di pressioni finanziarie possano pensare che sia più sicuro avere euro “fisici” sotto il materasso piuttosto che in banca. La corsa agli sportelli, notava Ubs si è avvertita, in modo molto meno pronunciato che nel caso greco, sia in Quebec che in Scozia in occasione dei referendum sull’indipendenza. Il fenomeno non è per nulla contro intuitivo.

Sappiamo per certo che il primo Paese che verrebbe messo all’angolo dai mercati se lo scenario di calma artificiale della Bce per un motivo o per l’altro finisse sarebbe l’Italia. Lo sappiamo perché è quello che è successo nel 2011 quando lo spread girava in area 500. L’Italia ha un debito elevato e soprattutto un’economia in estrema difficoltà in cui non si notano segnali di inversione. Nel 2011 la disoccupazione in Italia era dell’8,4%, mentre oggi è superiore al 12%. Ipotizzare che un secondo dopo la “fine” della Grecia l’attenzione dei mercati si sposti sull’Italia è fin troppo facile. In una situazione economica in cui la disoccupazione è sopra al 12% e gli operai scendono per strada perché le acquisizioni che erano state definiti grandi operazioni dal primo ministro (come nel caso Whirlpool-Indesit) finiscono in migliaia di tagli quanto forte dovrebbe essere la pressione per cominciare a vedere la gente in fila agli sportelli?

La domanda per il momento è retorica e puramente teorica e ci auguriamo che nonostante sia chiaro che con la Grecia si sta scherzando con il fuoco anche questa volta il problema rientri. Il vero dato che bisognerebbe cogliere è che compiacersi per la calma che la Bce ci ha regalato e per cui l’Italia non ha fatto niente rischia di essere un errore clamoroso. Quanti campanelli dovranno ancora suonare prima che ci si chieda le ragioni di un fenomeno senza precedenti di fuga delle imprese dall’Italia, di disoccupazione record e di interi distretti industriali cancellati?

Prima ancora che abbassare le tasse quanto bene farebbe un taglio a una burocrazia che soffoca le imprese con processi che durano anni? Ovviamente vendendo qualche altro pezzo, come Saipem? Magari facendo salire la borsa con un’altra riforma stile popolari si può tirare avanti ancora qualche mese, ma è chiaro a tutti ormai che non si può confondere la strategia con la gestione dell’emergenza. 

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