BANCHE E POLITICA/ Quel pezzo d’Italia “in regalo” agli stranieri

- Paolo Annoni

Quanto sta avvenendo su Veneto Banca e Novo Banco, spiega PAOLO ANNONI, dovrebbe far riflettere sulla scarsa considerazione per le banche popolari italiane

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Le banche popolari sembrano essere uscite dai radar e aver perso molte posizioni in un’ipotetica classifica dei temi borsistici più attuali. Gli aumenti di capitale in corso o imminenti, rispettivamente di Banca Mps e Banca Carige, occupano in questo momento le prime posizioni all’interno del settore finanziario; contribuiscono poi a fare ombra le vicende che ruotano intorno a Telecom Italia e a Saipem. La prima si trova ormai da mesi al centro di ipotesi e speculazioni su potenziali partner e nuovi azionisti di riferimento, con i tempi che sembrano ormai maturi per una svolta; Saipem, invece, ha consegnato alla cronaca un paio di giornate borsistiche particolarmente movimentate (-13,6% giovedì e 0,48% venerdì) dominate dalle ipotesi di aumento di capitale e conseguente possibile diluizione nel capitale di Eni. È in questo scenario che sta maturando una radicale trasformazione di circa il 25% del sistema bancario italiano oggi impegnato in discussioni e trattative per un consolidamento che si rende necessario per mantenere l’autonomia.

L’ipotesi di scuola che viene data come scontata da giornali e media in genere è che il processo di riorganizzazione delle ormai ex-popolari possa procedere senza “interferenze esterne”, con il settore libero di autodeterminarsi e arrivare con calma alle fusioni. In questo scenario non c’è ovviamente spazio per un consolidamento “imposto” o per acquisizioni di gruppi esteri. È sempre utile ricordare una premessa: parlare di popolari significa parlare di gruppi patrimonialmente sani radicati nella parte più ricca del Paese, nonché in una delle regioni più industrializzate d’Europa ricchissima di imprese e, soprattutto, di risparmio. Uno scenario che escluda, per principio, interventi esterni e, soprattutto, che assuma che quello che accade nel sistema finanziario italiano possa avvenire in completo e totale isolamento non sembra particolarmente realistico. In particolare, sembra ignorare completamente alcuni fatti e rumour emersi recentemente.

Settimana scorsa un importante quotidiano finanziario italiano come MF dava conto dell’interesse di tre soggetti per l’acquisizione della banca popolare, non quotata, Veneto Banca; in particolare, due banche nordeuropee, una tedesca e una svizzera, oltre a un fondo di investimento avrebbero allo studio l’acquisizione della banca. Se una banca popolare di dimensioni non rilevantissime con alle spalle un periodo critico suscita l’interesse di due banche e un fondo di investimento sarebbe più che lecito e ragionevole attendersi ancor più interesse per banche popolari più grandi e senza situazioni passate di difficoltà.

Limitare la platea di potenziali interessati a gruppi bancari o finanziari europei potrebbe essere allo stesso modo ingenuo; in questi giorni si sta negoziando la cessione della portoghese Novo Banco (la “good bank” del Banco Espirito Santo), che viene contesa da due gruppi cinesi che secondo tutti i rumours hanno presentato offerte superiori a quelle di Santander e di due gruppi di private equity americani (Apollo e Cerberus). Non si comprende quindi perché escludere per principio ipotesi che sono molto meno “esotiche” e improbabili di quanto sembri.

Anche in questo caso, così come Telecom, ci si trova in una situazione che teoricamente e sostanzialmente rende perfettamente possibili e realizzabili ipotesi e scenari in cui nel mondo delle ex popolari si verifichino acquisizioni e operazioni fatte sul mercato da una serie di soggetti particolarmente variegati nella natura e nella nazionalità. Il fatto che teoricamente sia sostanzialmente possibile significa che non contemplare queste ipotesi per una questione di pigrizia mentale o di eccessiva novità è un errore clamoroso. Parlare di ripresa o di rilancio industriale del Paese e poi evitare di occuparsi del sistema bancario lasciandolo di fatto, oltre qualsiasi evidenza, disponibile ad alimentare i più disparati interessi finanziari è quanto meno singolare: rimaniamo convinti che sia davvero ingenuo pensare che la specificità delle piccole e medie imprese italiane, in sede di concessione del credito e di allocazione delle risorse, possano essere tranquillamente comprese da un private equity americano, per esempio; oppure che come destinazione del risparmio raccolto sia considerato più appetibile un Paese che cresce dello zero virgola con un’amministrazione pubblica e giudiziaria inefficiente rispetto a molti altri concorrenti.

Nonostante questo è palese che uno degli interessi prioritari del sistema-Paese sarebbe quello di avere un sistema che tendenzialmente sia propenso a far prosperare imprese che creano occupazione e crescita in Italia. Il tempo forse non è scaduto come sembra per Telecom Italia, ma si sta rapidamente arrivando agli ultimi minuti senza che nessuno abbia nemmeno alzato la mano per chiedere un time-out di riflessione. 

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