TAGLIO TASSE/ Le “pulci” del Financial Times al piano di Renzi

- Paolo Annoni

Il piano per ridurre le tasse annunciato da Renzi è stato commentato anche dal Financial Times. E sembra che il Premier sottovaluti il taglio della spesa, come spiega PAOLO ANNONI

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Il piano per tagliare le tasse degli italiani annunciato da Renzi ha già passato le Alpi e ha trovato posto direttamente a pagina due del Financial Times. Un piano multimiliardario, si fa riferimento a circa 35 miliardi di euro, per tagliare le tasse in un Paese in cui negli ultimi anni si è parlato soprattutto di austerity, patrimoniali e via dicendo e a cui è stato imposta una precisa linea d’azione fiscale è sicuramente una notizia, soprattutto se il Paese in questione viene da anni di performance economiche non particolarmente brillanti e soprattutto se la “sparata” arriva giusto una settimana dopo la fine del negoziato europeo con Atene in cui tanto si è discusso e dibattuto di pressione fiscale e crescita. La novità è certa e il peso dell’economia e del debito italiani meritano di per sé una certa visibilità anche, evidentemente, in Europa.

Oltre alle chiare ragioni di ordine economico, secondo cui il taglio delle tasse aiuterebbe l’Italia a uscire da anni di recessione, non sfuggono al quotidiano di lingua inglese quelle più politiche dato che il piano “potrebbe rianimare i sondaggi di Renzi peggiorati tra scandali di corruzione, crisi dei migranti e il confronto della Grecia con l’eurozona”. Il punto vero però è un altro e più precisamente il fatto che l’alleggerimento fiscale “potrebbe diventare una fonte di preoccupazione a Bruxelles e in altre capitali europee”. L’interlocutore vero di Renzi che avanza una proposta che sarebbe con ogni probabilità approvata dalla stragrande maggioranza degli italiani è in Europa, che deve sostanzialmente accettare che l’Italia sfori almeno per qualche anno gli obiettivi di deficit. La storia recente da questo punto di vista non promette benissimo e anche il Financial Times nota le “fatiche” che Italia e Europa hanno affrontato per mettersi d’accordo sull’interpretazione delle regole fiscali europee.

Il cuore del problema su cui l’FT fa esercitare diversi opinionisti è se l’Italia abbia le carte in regola per ottenere dall’Europa un periodo di grazia di tre anni in cui allentare la pressione fiscale dando uno shock positivo all’economia rompendo un circolo vizioso che dura quasi ininterrottamente dal 2008. Il consigliere economico di Renzi Gutgeld dichiara all’FT che “l’alleggerimento fiscale verrà finanziato con una parte significativa di tagli alla spesa” e che l’effetto positivo sulla crescita potrebbe aiutare il costo delle finanze pubbliche; ma per ottenere questo serve “un po’ più di flessibilità”. Continua Gutgeld: “L’anno scorso abbiamo ottenuto un bonus di flessibilità e quest’anno ne chiederemo uno ancora più grande dato che le riforme continuano e siamo molto più in forma in termini di credibilità”.

Il presupposto non detto è che in questo contesto così depresso e critico è impossibile dare avvio a un circolo virtuoso senza partire da un qualche tipo di shock positivo all’economia che rimetta in movimento un motore fermo ormai da troppi anni in cui, per esempio, famiglie e consumatori hanno imparato che recentemente è sempre stato meglio rinviare una decisione di acquisto (chi ha comprato casa nel 2011 l’ha pagata meno del 2009 e così via). Lo shock fiscale deve essere almeno contemporaneo se non probabilmente antecedente alle riforme e ai tagli per spezzare un clima di sfiducia e una crisi decennali.

La richiesta di un periodo di grazia che sostituisca l’austerity è tanto più credibile e difendibile quanto più si presentano contemporaneamente riforme vere e veri tagli e razionalizzazioni della spesa pubblica improduttiva oltre che semplificazioni che in un qualche modo comportano sempre un ridimensionamento del ruolo della burocrazia e che da questa non verranno mai amate. Il Jobs Act in questa partita è una carta che vale molto poco. La proposta di Renzi in altri contesti sarebbe stata molto probabilmente punita con un incremento a due cifre dello spread condito da un calo del mercato azionario abbastanza grande da finire sui giornali; ieri invece l’intenzione dichiarata del primo ministro di sforare i target sul deficit non ha prodotto alcun effetto.

Si è aperta una finestra in cui è possibile provare a mettere in discussione certi argomenti; rimane aperta la questione della “credibilità italiana” e della volontà di rendere il sistema più competitivo. 

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