BORSA ITALIANA/ La “pausa” dietro al tonfo dei mercati

- Paolo Annoni

Chiusura decisamente negativa ieri per la Borsa italiana, in conseguenza del voto greco di domenica. PAOLO ANNONI ci aiuta a capire quali scenari stanno immaginando gli investitori

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Come da previsioni l’esito del referendum greco di domenica non ha entusiasmato particolarmente i “mercati”; la borsa di Milano ha chiuso una giornata in cui non si è mai neanche per sbaglio visto un segno verde con un calo del 4%. Il dato finale di Piazza Affari non rende però in modo adeguato la giornata finanziaria sia perché per molta parte della giornata il calo è stato molto meno pronunciato, sia perché il resto delle borse europee ha chiuso con ribassi molto più contenuti: Parigi e Madrid, per esempio, sono scese di poco più del 2%. 

Si possono prendere in considerazioni diverse ragioni per spiegare una performance che, in qualche modo, è stata migliore delle attese o meno peggiore di quanto fosse lecito attendersi. Una di quelle che si potrebbe immediatamente escludere è quella secondo cui il rischio contagio sia basso. Se c’è infatti un punto su cui le principali banche d’affari concordano è che un’uscita della Grecia dall’euro, tanto più in modo disordinato, aprirebbe scenari inesplorati sia per i membri più deboli dell’euro, sia per i fragili mercati finanziari globali. La performance di ieri di Milano, un calo quasi doppio rispetto a Spagna e Francia, potrebbe essere vista anche come una primissima indicazione di quale sia il punto più fragile in Europa dopo l’uscita dalla Grecia. 

Il mercato invece ha probabilmente registrato che il referendum di domenica sia particolarmente poco ordinario. Notava infatti Royal Bank of Scotland che a differenza di un referendum “normale” quello greco non comportava un esito binario; in sostanza non è chiaro per cosa, di “specifico”, fosse il no di domenica. L’impressione generale che si ricava dalla lettura dei commenti arrivati sulle scrivanie degli investitori è che il referendum di per sé non abbia una volta per tutte eliminato alcuni scenari in particolare. 

Il referendum non è stato un no all’euro o all’Europa e quindi, in teoria, rimangono spazi di manovra. Intanto la prima data critica è il 20 luglio quando scadranno debiti per 3,5 miliardi di euro verso la Bce; questo comporta comunque un minimo di margine, reale, per la trattativa. Non sfugge ovviamente a nessuno quanto sia compromessa la situazione sia per le drammatiche condizioni economiche e finanziarie della Grecia, sia per il livello di scontro tra i vari stati europei.

Anche per il mercato il problema è diventato politico. Scriveva ieri Deutsche Bank: “Sul fronte politico il punto centrale sarà se le relazioni danneggiate tra Grecia e creditori possono essere riparate e se ci sono prospettive di un’immediata ripresa delle trattative”. Per Royal Bank of Scotland, dato che ogni nuovo accordo richiederà molto lavoro tecnico, “ci dovrebbe essere qualche tipo di segnale sulla volontà delle parti di arrivare a un compromesso”. In altre parole, il mercato sta aspettando di capire se, nonostante il no di domenica, ci sia ancora la volontà “politica” di arrivare a un accordo e in questo caso è ancora troppo presto per cominciare a vendere a mani basse. 

Mettersi corti sul mercato e poi ritrovarsi con le parti che cercano l’accordo da una parte e la Bce dall’altra non è uno scenario particolarmente divertente. C’è anzi persino il rischio che data la gravità della situazione si possa persino arrivare a un accordo più sistemico e quindi più duraturo. Non si tratta ovviamente di cieco ottimismo perché la premessa è comunque quella di una situazione estremamente complicata, ma semplicemente di una pausa prima di sposare uno scenario che, invece, inevitabilmente sarebbe di rottura totale; se la Grecia uscisse dall’euro in modo disordinato occorrerebbe abbandonare completamente tutti i criteri adottati finora. 

L’ultimo fattore da considerare è la Banca centrale europea. Qualsiasi presa di posizione potrebbe scontrarsi, nell’immediato, con l’azione dell’Eurotower e, quindi, prima di sposare la linea “Grexit” con tutte le inevitabili conseguenze servono altre evidenze che certifichino il fallimento dei negoziati. Nelle prossime 24-48 ore si capirà se questa sospensione del giudizio sia giustificata o meno e quante sono le probabilità di un accordo. 

È chiaro a tutti che la sfida è riscrivere le regole dell’euro e dell’Europa e ricreare un ambiente più favorevole, scriveva Krugman sul New York Times settimana scorsa, per i Paesi che provano a far fronte alla sfortuna rinunciando a un’austerità eccessiva. Riformare la Pubblica amministrazione, invece, rimane un compito tutto italiano.

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