BORSA/ Le domande che portano i mercati sulle “montagne russe”

- Paolo Annoni

Ieri la Borsa di Milano ha chiuso con un calo superiore al 3%. Per PAOLO ANNONI sui mercati pesano i timori per una situazione economica globale alquanto incerta

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Mentre il mondo, anche e soprattutto finanziario, si fermava per cercare di capire le implicazioni industriali e finanziarie dello scandalo sulle emissioni truccate di Volkswagen, la borsa di Milano, in ottima compagnia, chiudeva la giornata a -3%, mentre quella americana annullava i rialzi post Federal Reserve portando il saldo in negativo.

Per cercare di capire un calo che non sembra avere particolari ragioni di giornata si può, in un certo senso, partire proprio da Volkswagen massacrata da due giornate da -20%, o quasi, di fila. Prima degli ultimi due giorni di passione il maggiore costruttore d’auto globale aveva perso per strada un quarto della propria capitalizzazione in meno di sei mesi per i timori sugli effetti del rallentamento cinese, il mercato più importante per il gruppo tedesco. Il calo di Volkswagen da maggio a settembre, da 240 euro per azione a 160, prima della brutta sorpresa sulle emissioni truccate di lunedì è rimasto confinato tra gli “operatori” e non ha fatto notizia sui telegiornali anche se vale, in termini di capitalizzazione, il 50% in più di quanto il titolo ha perso negli ultimi due giorni. Il settore auto è quello industriale per definizione in cui vengono occupati milioni di persone (600 mila nel solo caso di Volkswagen) ed è strettissimamente correlato alla crescita economica globale.

Il crollo di Volkswagen di ieri e, per simpatia, di molte altre società dell’automotive (Fca -7%) è avvenuto in una giornata in cui la principale società mineraria globale, Glencore, toccava i minimi di sempre a un terzo di quanto capitalizzava solamente a maggio in un contesto di nuova debolezza dei prezzi delle materie prime (rame ai minimi delle ultime due settimane). Nei cali di ieri, in cui spiccavano quelli di settori industriali “pesanti” come auto e materie prime, si potevano leggere chiaramente i timori del mercato per la crescita globale, per lo stato di salute dell’economia cinese e di molti altri Paesi emergenti. Le incognite vengono amplificate dalla constatazione che il rallentamento globale potrebbe arrivare dopo e nonostante sette anni di politiche monetarie eccezionalmente espansive e coincidere con quelli che si ritenevano invece essere i primi segnali “veri” di ripresa per molte aree dell’economia globale.

La “non” decisione della Fed di settimana scorsa, che ha scelto dopo mesi di pressione dei mercati di non alzare i tassi, ha in un certo senso certificato i timori sulla crescita e le incognite sulla reale salute dei mercati finanziari e soprattutto ha confermato che la situazione presente è ancora di emergenza. L’andamento azionario degli ultimi giorni è l’onda lunga di questa decisione che apre interrogativi su quali possano essere le nuove munizioni contro altri scivoloni economici o finanziari. Qualsiasi cosa sia stata tentata negli ultimi anni, per esempio in una parte significativa dell’economia globale come l’Europa, non ha funzionato del tutto o ha funzionato a malapena per l’economia reale; nel frattempo, invece, la “finanza” è rimasta in salute e si sono create bolle finanziarie.

Ipotizzare crolli prolungati sembra oggi improbabile perché un contesto di tassi bassissimi e di rendimenti schiantati offre motivazioni a rischiare e acquistare anche ai meno ottimisti; tenere i soldi sul “conto corrente” paga pochissimo. Rimane valida la convinzione che ci sia una rete di sicurezza sui mercati, che le banche centrali siano ancora attentissime a evitare degenerazioni e l’avvio di fasi di eccessiva volatilità su cui non conviene scommettere; allo stesso modo sono evidenti le incognite e i punti di debolezza mentre ancora non solo non si vede una soluzione ma soprattutto una linea d’azione promettente. In questa navigazione a vista giornate particolarmente negative o positive diventano possibilità a cui è meglio abituarsi. 

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