GIORNALI/ I numeri delle edicole: più urli più vendi. Ma a quale prezzo?

- Antonio Fanna

La “polarizzazione” delle testate è un fenomeno che sta facendo crescere le vendite dei quotidiani, quasi che schierare un giornale dall’una o dall’altra parte sia un vantaggio

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IlSussidiario.net ha avviato nei giorni scorsi un confronto fuori dagli schemi sulla situazione della stampa italiana, chiamando a discutere direttori e opinionisti. Sul banco degli imputati è finita la “polarizzazione” delle testate: come in politica, anche in edicola ormai ci si deve inquadrare da una delle due parti. O di qua o di là, o con Berlusconi o con il Pd, o con la coppia Giornale-Libero oppure con Repubblica. L’emblema di questa situazione è stato nei giorni scorsi l’editoriale di Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera che ha risposto per le rime alla penultima articolessa domenicale di Eugenio Scalfari.

I più recenti dati di vendita confermano questo scenario. Crescono le copie dei quotidiani più schierati, a partire da quel fenomeno del Giornale preso in mano da Vittorio Feltri: addirittura +44% di venduto in edicola senza promozioni (dati di settembre 2009 paragonati al settembre 2008, che fu il mese in cui fallì la Lehman Brothers e si aprì la fase più acuta della crisi economica mondiale). Comunque la si pensi, favorevoli o contrari alla ruvida svolta feltriana, è un fenomeno mai visto.

Ma paga anche la partigianeria di Repubblica (+6%), mentre le altre maggiori testate sono sostanzialmente stabili: Corriere +1%, Stampa -0,3%, Messaggero -2,2%. Il Sole 24 Ore (-18,7%) sconta l’operazione di pulizia della diffusione da copie gratuite e vendute a pacchetto, fenomeno che riguarda anche il Corsera. Le polemiche fanno bene anche ad Avvenire, che pure è ancora senza direttore: +3% dopo l’offensiva del Giornale contro Dino Boffo.

Al di là dei dettagli tecnici, quello che interessa è la polarizzazione delle testate. Le vendite premiano chi urla di più, chi non nasconde la propria faziosità e trasforma i lettori in tifosi. L’Italia è un paese moderato, per 45 anni è stato governato da un partito interclassista come la Dc, e tutto sommato lo spostamento verso Berlusconi si può spiegare col fatto che anche il Pdl viene considerato un partito liberale, moderato e post-ideologico. Ma in edicola, e davanti ai programmi televisivi che parlano di politica, il Belpaese si spacca in due, pro o contro Berlusconi, in una rabbia forsennata che in certi momenti rasenta il parossismo.

Il bipolarismo si riflette anche nei rapporti tra giornali e giornalisti. Ormai le notizie vengono considerate clave agitate da qualcuno che ha un fine politico. Che cosa succede quando vengono pubblicate certe notizie? Si invoca il complotto, si parla di aggressione, si va a caccia dei secondi o terzi fini, si tenta di risalire all’ispiratore politico, ci si domanda chi sia il mandante e a chi giovi fare uscire certe informazioni.

 

E se qualche giornale, come il Corriere, insiste a voler dare le notizie senza per questo volersi schierare (fu de Bortoli a pubblicare lo scoop dell’inchiesta barese sulle escort a Palazzo Grazioli), si cerca di trascinarlo nella mischia come ha fatto Scalfari.

 

In Italia non manca la libertà di stampa: manca una passione per la verità più forte dell’adesione a uno schieramento. È ipocrita protestare contro l’“occupazione” dei media, quando poi essi vengono usati a seconda della convenienza politica o editoriale. È questo attaccamento alla verità che va riconquistato, nei giornali e nel Paese. Sapendo che sarà un cammino lungo, difficile ma appassionante.

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