SCENARIO/ La “campagna di primavera” contro Berlusconi e Veltroni

- Antonio Fanna

Se l’accordo sullo sbarramento al 4 per cento alle Europee ha provocato i mal di pancia dei partitini di destra e sinistra, in questi giorni per gli elettori sta arrivando un altro boccone indigesto: l’abolizione delle preferenze. Pd e Pdl sembrano su fronti opposti, ma gli interessi ad abolirle sono bipartisan. VOTA IL SONDAGGIO

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Com’era prevedibile, è già partita la «campagna di primavera» dei piccoli partiti contro l’accordo tra Pd e Pdl sul sistema elettorale per le europee. La soglia di sbarramento fissata al 4 per cento è destinata a cancellare l’arcipelago di sigle già bastonato alle ultime politiche; per loro l’unica speranza di rialzare la testa era proprio l’appuntamento con i seggi di Bruxelles, e ora che anch’esso sembra sfumare scatta la mobilitazione. A destra come a sinistra sono partite le raccolte di firme e le accuse di riesumare le «leggi truffa» di cinquant’anni fa.

Queste schermaglie di minoranze sempre più in crisi non dovrebbero preoccupare più di tanto i due partiti maggiori, decisi a proseguire sulla strada della riforma. Ma il percorso non sarà agevole. Segnato un primo punto positivo, ora il confronto si sposta su una questione all’apparenza assai controversa: mantenere o no le preferenze? Liste bloccate come nell’attuale sistema per l’elezione dei parlamentari, o liste aperte alle indicazioni dei votanti come quando vigeva il proporzionale senza correttivi?

Dal «teatrino» delle dichiarazioni sembrerebbe che Pd e Pdl si fronteggino su posizioni contrapposte: il centrosinistra a favore delle preferenze, il centrodestra contrario. La realtà è diversa e meno frammentata, perché interesse e obiettivo comune è togliere le preferenze anche dalla scheda europea. Il motivo è semplice, ed è legato alla breve vita sia del Partito democratico sia del Popolo delle libertà, i quali di fatto restano ancora coalizioni elettorali più che partiti veri e propri. Pd e Pdl nascono dalla fusione di quattro grandi realtà, Ds e Margherita da una parte, Forza Italia e Alleanza nazionale (più realtà minori) dall’altra. In entrambe le aggregazioni si trovano un partito prevalente e uno minoritario, e i relativi rapporti di forza non sono ancora definiti: questo è più evidente a destra, ma anche la sinistra è percorsa da divisioni personalistiche e sommovimenti locali. Questi emergono soprattutto in occasione di elezioni amministrative, per esempio quando si deve decidere se scegliere un candidato sindaco con una indicazione delle segreterie o con le primarie. Si pensi a Bologna per il dopo-Cofferati o alla quantità di commissari che Veltroni ha spedito in tutta Italia per mettere ordine nel partito.

Bloccare le liste risponde dunque a una triplice esigenza. Primo, fissare i rapporti di forza: nel Pdl, per esempio, il congresso dovrebbe sancire un 70 a 30 fra Forza Italia e An, anticipato dalla designazione di un triumvirato composto da due azzurri (Bondi e Verdini) contro un fedelissimo di Fini (La Russa) come coordinatori del nuovo soggetto. Secondo, garantire spazio e visibilità da un lato ai partiti minori confluiti nel Pdl, come la Dc di Rotondi, il Nuovo Psi di Caldoro o i Repubblicani di Nucara; e dall’altro a tutte le correnti e i rivoli che ancora scorrono nel Pd. Terzo, consolidare le leadership e archiviare la stagione dell’assestamento interno.

Se l’obiettivo è comune, diversa è la forza con cui i due schieramenti sono in grado di perseguirlo. Evidentemente Walter Veltroni presenta le difficoltà maggiori, visto che il Pd non è d’accordo nemmeno sullo sbarramento al 4 per cento, al punto che Franceschini giudica «autolesionista» il dibattito interno alimentato da chi, come D’Alema o Realacci, insiste nell’abbassare la soglia al 3. Al momento per il leader democratico sarebbe già un successo portare a casa lo sbarramento concordato, ed è per questo che minaccia di far saltare tutto se il Pdl insisterà nel voler anche bloccare le liste. Ma con il consenso di cui continua a godere il centrodestra, sarebbe proprio il Pd a rischiare maggiormente se si dovesse andare alle urne europee con l’attuale sistema proporzionale.

E’ anche fuori di dubbio che estendere le liste bloccate anche alle europee segnerebbe un’ulteriore distanza tra la politica e gli elettori, condannati ancora una volta a ratificare decisioni altrui. Il rischio era già stato denunciato due anni fa dalla petizione «Un Parlamento di cittadini», che raccolse numerose e autorevoli firme. Ma in questo momento i partiti appaiono più preoccupati di sistemare i problemi interni piuttosto che ascoltare le richieste di chi li vota.



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