SCENARIO/ Franceschini, una spina nel fianco di Berlusconi, D’Alema e Bersani

- Antonio Fanna

A lui basta arrestare l’emorragia di consensi, può anche prendersi il lusso di non incrementarli: se ne sarà capace, sarà consacrato un padre della patria democratica

Franceschini_DarioR375_21feb09

Ex democristiano, cattolico “adulto”, emiliano, Dario Franceschini condivide un’altra delle doti che hanno fatto la fortuna di Romano Prodi: il “fattore C”. Questa volta si è trovato nel posto giusto al momento giusto, cioè vice di Walter Veltroni nel frangente in cui il primo segretario del Partito democratico è uscito di scena. Così il “pupillo” di Franco Marini, l’ultimo dei dorotei, dopo la disfatta del centrosinistra in Sardegna è stato catapultato al vertice del partito.

 

I giornali di area e qualche esponente di scarso peso del Pd l’hanno etichettato subito come il “vice disastro”. Errore. Perché Franceschini è arrivato alla ribalta come Forrest Gump, ma non è Forrest Gump. Con un decisionismo sconosciuto ai vecchi dc, il politico ferrarese ha raccolto l’eredità di Veltroni capovolgendo il partito costruito dall’ex sindaco di Roma. Via il “governo ombra”, via segreterie e comitati piene di facce stanche e pensose, largo ai volti nuovi. E soprattutto, nuova strategia politica.

Lo schema di Franceschini è semplice. È uno che non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. Ha preso in mano un partito appena nato e già allo sbando, incapace di vincere, incerto nella direzione da prendere, preda di litigi interni, terreno di uno scontro tra “vecchi” e “nuovi” venuto allo scoperto con le recenti primarie nelle città che devono rinnovare i sindaci.

A lui basta arrestare l’emorragia di consensi, può anche prendersi il lusso di non incrementarli: se ne sarà capace, sarà consacrato un padre della patria democratica. È come un capofamiglia che non arriva alla fine del mese: già tanto sbarcare il lunario e garantire il minimo per la sussistenza; più in là potrà pensare a rimettersi in sesto.

I primi colpi sono andati a segno. La prima uscita è stata a Malpensa dove ha denunciato il “tradimento di Bossi e Berlusconi”: un affondo efficace nel Varesotto, enclave leghista dove i voli sono dimezzati e le prospettive poco chiare. Poi ha proposto un bonus per i disoccupati, una misura che il centrodestra ha lanciato nelle recenti elezioni in Sardegna e che Silvio Berlusconi è stato costretto a prendere sul serio. Tant’è vero che il premier, a differenza di quanto faceva con Veltroni, non ha liquidato l’uscita di Franceschini come “propaganda”, ma ha dovuto ammettere che «non ci sono soldi».

Essendo privo di alternative interne (egli stesso ha ammesso di aver passato voti a Parisi per evitare una nomina “bulgara”), Franceschini ha campo libero. Ha fatto piazza pulita dell’illusione veltroniana di evitare l’antiberlusconismo, che è tornato in auge. La mossa, mirata a ridimensionare Di Pietro, non è casuale perché il leader Pd viene da quella fetta di Democrazia cristiana (il cui portabandiera è Rosi Bindi) che non è mai stata garantista.

Cancellata anche la prospettiva di un “partito leggero”: il nuovo segretario punta invece a rimettere radici nel territorio, a riaprire le sezioni, a rifare le tessere. Ridimensionati i vari Veltroni, Fioroni, Rutelli, valorizzate figure emergenti come il governatore emiliano Vasco Errani, Franceschini deve fronteggiare soltanto la coppia D’Alema-Bersani. I quali puntano a conquistare la leadership durante il congresso, dopo che la breve “traversata nel deserto” dell’ex dc avrà tolto al Pd la patina di partito post-comunista. Ma non sarà agevole scalzare Franceschini, il «vicedisastro» che difficilmente potrà fare peggio di Veltroni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di La versione di Fanna