REFERENDUM E MEDIA/ La nuova strategia di Renzi per “arruolare” Trump

- Antonio Fanna

Trump ha vinto negli Usa e Renzi, insieme a Jim Messina, ha messo a punto l’ennesima svolta comunicativa: identificarsi con il cambiamento portato da Trump. ANTONIO FANNA

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Matteo Renzi (Foto: LaPresse)

Matteo Renzi ha tanti difetti, ma tra questi non si registra l’incapacità di reagire tempestivamente. Davanti a un imprevisto o a un rovescio, il premier è sempre lesto a rigirare la frittata oppure — a seconda del punto di vista — a fare buon viso a cattiva sorte. Era stato uno dei pochi leader occidentali a schierarsi anima e corpo con Obama e la Clinton (la quale pure, vedasi la destabilizzazione in Libia ed Egitto, non ha molto operato a favore degli interessi italiani). Il ricordo della cena di gala a Washington è ancora vivo. La sua scommessa a favore di un “partito democratico” che — negli States come in Italia — ha abbandonato i problemi concreti della gente per schierarsi con gli interessi della grande finanza è fallita.

La sberla è sonora. Urge una “exit strategy”. E mentre giornali e tv si interrogano smarriti sulla sorpresa dell’elezione di Donald Trump, Jim Messina, lo spin doctor americano di Renzi per la campagna referendaria è stato visto varcare il portone di Palazzo Chigi. E poche ore dopo il premier dettava la nuova linea: “Vince chi porta il nuovo”. Il senso della vittoria di Trump è che egli rappresenta un fattore di novità, di cambiamento. Gli intellettuali si arrovellano sui nazionalismi emergenti, le paure, la crisi economica, la globalizzazione, le “tribù bianche aggredite dal presidente nero” come scriveva ieri il direttore della Stampa Maurizio Molinari: un disagio profondo che assomiglia molto allo smarrimento del ceto medio europeo.

Ma per Renzi questo è ciarpame: “La sfida è su chi incarna il cambiamento”. Questa è la chiave per leggere le presidenziali americane, e questa è parimenti la chiave per affrontare il referendum italiano. Il Sì è il nuovo, il cambiamento, la svolta, mentre il No (leggi D’Alema, Berlusconi, Salvini, Grillo) è il vecchio, la conservazione. Ecco la nuova direttrice della comunicazione renziana: far dimenticare l’appoggio a Obama e cavalcare a modo suo l’onda rivoluzionaria di Trump.

In fondo anche Matteo è un piccolo ribelle, che ha arpionato Palazzo Chigi senza nemmeno essere eletto deputato e ora tenta di pilotare un’ampia riforma costituzionale. Dunque, l’importante è cambiare; gli Stati Uniti ne sono stati capaci e l’Italia potrà fare altrettanto. Basta poco, basta — appunto — un Sì. Anche se la strada del referendum continua a essere in salita.

Ieri il tribunale di Milano ha respinto il ricorso del costituzionalista Valerio Onida con un’ordinanza che non si limita a un giudizio formale ma entra nel merito con una lunga motivazione ricca di valutazioni politiche che dovevano restare estranee. Sembra un punto a favore del premier, ma non lo è. Il No guadagna ancora terreno, al punto che Renzi si sarebbe fatto sfuggire un’altra battuta ispirata dal voto degli Usa: “Speriamo che i sondaggisti continuino a sbagliare”. Cioè a sovrastimare il No per poi farsi smentire dalle urne. Lui continuerà ad avanzare a testa bassa, lasciando a Sergio Mattarella il compito di convincere il popolo dei moderati.



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