SUD/ Da napoletano dico: leggi speciali e un commissario contro lo “Stato abusivo”

La situazione socioeconomica delle regioni meridionali richiede l’utilizzo di una legge speciale per far sì che il senso dello Stato diventi un obbligo e non sia più un optional

09.10.2009 -
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Una legge speciale per il Sud: ecco quello che s’impone, a chi voglia esaminare con sguardo sereno ma lucido la situazione socioeconomica delle regioni meridionali: Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Molise, Sicilia e Sardegna. Una legge speciale che permetta una gestione sostanzialmente commissariale – naturalmente provvisoria: diciamo cinque anni – di un grande programma di infrastrutturazione e investimenti produttivi capace di creare occupazione stabile e competitiva in un’area dove quarant’anni di intervento pubblico affidati alla gestione democratica ordinaria hanno prodotto peggio che nessun risultato: hanno alimentato la delinquenza organizzata e lasciato popolazioni e aree in condizioni miserevoli.

 

La tragedia di Messina ne è l’ultima e inequivocabile riprova. In quelle regioni, e a dispetto delle poche e pur encomiabili eccezioni, lo Stato semplicemente non c’è. O se c’è è vilipeso, sbeffeggiato, ignorato. Potrebbe sembrare una semplificazione massimalista, eccessiva perfino per i più accesi detrattori del Sud e dei costumi socio-politici meridionali che militano nelle file della Lega Nord. Ma purtroppo non è così.

Il senso dello Stato, nel Sud Italia, è davvero troppo debole o troppo confinato in nicchie di eccellenza socio-culturale talmente piccole da non riuscire a permeare il sistema. La piaga dell’abusivismo edilizio ne è la riprova più solare, più imbarazzante, più assurda: interi quartieri costruiti senza uno straccio di permesso, senza piani regolatori, senza norme di sicurezza, fonti continue di morti bianche, origini perenni di incidenti, crolli, smottamenti. Il tutto, alla luce del sole, nell’indifferenza connivente di un sistema pubblico paralizzato quando non del tutto assente, anche sul piano strettamente fisico.

Ragioniamo: come possono venir su interi quartieri abusivi, com’è accaduto a Pianura o a Secondigliano a Napoli o a Messina? Solo a patto che per mesi e mesi vigili urbani, poliziotti, carabinieri, impiegati comunali, amministratori locali e politici nazionali, transitando davanti alle aree in costruzione, abbiano voltato la testa dall’altra parte! Ed è esattamente quel che è sempre capitato, laggiù, per l’oggettivo prevalere dell’“antistato” rispetto alle leggi e a chi dovrebbe farle rispettare.

Il senso del diritto e del reato, il senso della legge, del lecito e dell’illecito, è in quelle regioni diffusamente intorpidito, anestetizzato, quasi cancellato da decenni di trasgressioni impunite. Pensare che questo stato di cose ormai endemico, ormai penetrato nei riflessi sociali automatici di quelle popolazioni possa cambiare per vie legislative ordinarie, è peggio che ingenuo, peggio che velleitario: è da pazzi, o da collusi.

La stessa democrazia partecipativa, principio peraltro sacrosanto e certo ineludibile ovunque, conduce tuttavia, in quelle regioni, al perpetuarsi di una cooptazione di casta dei conniventi verso i conniventi, di coloro che costruiscono abusivamente con coloro che abusivamente abitano e di quelli che consentono tutto ciò, spesso coincidenti con l’una, l’altra o entrambe le categorie.

 

Qualche anticorpo di più sana reattività sopravvive ovunque, anche al Sud, contro la malavita organizzata e sanguinaria, o contro il racket delle estorsioni e della droga, che gioca con la pelle delle persone. Ma l’abusivismo – in tutte le sue manifestazioni: quello edilizio come quello lavorativo dei “caporali” che reclutano manodopera in nero o si vendono posti di lavoro pubblici – non è percepito come un reato, bensì come un espediente tollerabile a confronto con le alternative: la disoccupazione, la fame, la coabitazione infinita con le famiglie d’origine, il freddo.

 

Ebbene, l’unico rimedio contro una simile piaga culturale è quello delle leggi speciali, che diano a autorità specializzate, concentrate in organi snelli e se non monocratici certo dagli strettissimi effettivi, il potere di demolire, di inibire, di punire. E contemporaneamente di investire e vigilare sul buon uso degli investimenti.

 

Fece scalpore, a Napoli, nel 1982, un clamoroso sciopero dei contrabbandieri di sigarette che sfilarono spudoratamente in corteo nel centro storico per protestare contro il “pugno di ferro” che finalmente, dopo decenni di lassista connivenza, la Guardia di finanza aveva deciso di usare contro di loro. La ebbero vinta perché, pur senza che le autorità formalizzassero la decisione, fecero gradatamente rientrare quella linea dura appena inaugurata.

 

Ebbene, gli eredi di quei contrabbandieri di “bionde”, a loro modo innocui per la società pur se molto dannosi per l’erario (ecco un altro errore: non è forse, l’erario, la mano economica della società?) sono i contrabbandieri di droga che oggi, senza il folclore colorato dei motoscafi blu e con il truce bianco e nero dei piccoli ma quotidiani carichi di polvere, diffondono la morte e le malattie tra i più giovani.

 

Senza cambiare le regole, almeno per un congruo periodo di tempo, il Sud non guarirà mai le sue piaghe sociali. Non scoprirà mai che il senso dello Stato non è un optional, ma un obbligo. E che le leggi si rispettano.

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