FIAT/ Così Marchionne e gli Agnelli potrebbero salvare Termini Imerese

Quante cose si possono fare con i 237 milioni di euro distribuiti da Fiat in dividendi? Certamente si potrebbe cercare di aiutare i lavoratori di Termini Imerese

02.02.2010 -
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Quante cose si possono fare con 237 milioni di euro? Vediamo un po’: si possono costruire 580 mila metri quadrati di civili abitazioni; si possono pagare 12 mila stipendi annuali da 20 mila euro; oppure 1200 stipendi da 20 mila euro per dieci anni.

A Termini Imerese, nello stabilimento Fiat che l’amministratore delegato del gruppo automobilistico torinese Sergio Marchionne ha deciso di chiudere nel 2012, lavorano poco più di 1200 operai. E 237 milioni di euro sono il totale dei soldi che la Fiat ha deciso di distribuire quest’anno ai suoi azionisti sotto forma di dividendi.

Ma la Fiat non era in crisi? Tanto da dove progettare la chiusura, appunto, di Termini Imerese e due settimane di cassa integrazione per tutti i suoi circa dipendenti del settore auto in queste settimane? E se era in crisi, come le viene di pagare tanti soldi in dividendi? Sante domande. Unica risposta: “È il capitalismo, bellezza. E tu non puoi farci niente!”, come reciterebbe la sceneggiatura di un film americano.

Ma alla luce di questo ragionamento semplice-semplice non suona più strano il vibrato appello che papa Benedetto XVI ha voluto rivolgere domenica alle forze economiche e politiche del nostro Paese perché salvino l’occupazione, perché si occupino concretamente dei casi di più drammatica attualità, appunto il caso Fiat e il caso Alcoa.

Perché se la Fiat, anziché decidere di pagare questo robusto dividendo pur in presenza di un bilancio consolidato di gruppo che nel 2009 ha perso quattrini, avesse deciso di tenerseli e di investirli a Termini, magari per riconvertire lo stabilimento o anche solo per sostenerne ancora un po’ i costi, allora quei 1200 operai, quasi tutti padri di famiglia privi di alternative economiche praticabili, oggi non vivrebbero nell’incubo in cui invece stanno vivendo.

La verità è poi aggravata, nel caso della Fiat, da un ragionamento collaterale, che vale per il gruppo torinese come per tutti gli altri grandi gruppi automobilistici sia europei che americani. Questi colossi – dalla Volkswagen alla Mercedes, dalla General Motors alla Ford – stanno in piedi grazie ai soldi pubblici, erogati loro dai rispettivi governi per un solo scopo: quello di difendere l’occupazione, che nel settore automobilistico è ancora molto massiccia.

Soldi pubblici distribuiti “in conto capitale”, come ha fatto in Usa l’amministrazione Obama con la General Motors, o attraverso la formula degli incentivi per la rottamazione dei veicoli ecologicamente meno attrezzati, come avviene in Europa. Comunque e pur sempre soldi pubblici. Senza i quali la Fiat, che come gruppo perderà qualcosina ma come “holding” (cioè società capogruppo che controlla tutte le altre) guadagnerà, avrebbe straperso denaro. E la General Moros sarebbe fallita.

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Ma se poi queste aziende, una volta intascati i contributi, anziché difendere l’occupazione e preservare gli stabilimenti produttivi nei loro Paesi di residenza li chiudono ugualmente e usano gli utili maturati anche grazie a quei contributi per distribuire dividendi, questo significa che milioni di “signor Rossi”, contribuenti semplici dello Stato italiano, hanno pagato le loro tasse affinché la famiglia Agnelli potesse aggiungere ancora uno strato alla gigantesca montagna di soldi sopra la quale è seduta! È una semplificazione che può sembrare vetero-marxista, ma è invece solo la fotografia oggettiva della realtà.

 

Ma se le cose stanno così, non sarebbe allora il caso di rivedere la logica stessa degli incentivi? Cioè: anziché agevolare chi compra le auto sostenendo parte dei costi, lo Stato farebbe forse meglio a investire gli stessi soldi in iniziative di welfare per tutelare il reddito di chi, per decisione della Fiat, perde il lavoro. Almeno i loro problemi pratici immediati sarebbero risolti. E i dividendi degli Agnelli, se e quando senza contributi riuscirebbero a farseli pagare dalla loro Fiat, sarebbero probabilmente più magri.

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