SPY FINANZA/ Così il “pirata” Bolloré può creare problemi a Renzi

- Zaccheo

Vincent Bolloré, finanziere bretone, è stato definito dal residente francese Hollande un pirata. Eppure in Italia, ricorda ZACCHEO, ha quote in società molto importanti

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Vincent Bollorè (Lapresse)

Chissà se avrà voglia di tornare sul tema, il presidente francese Francois Hollande, incontrando Renzi all’imminente vertice europeo di Ventotene: “Caro Matteo, stai attento a quel Bolloré lì!”. Probabilmente no: noblesse oblige. Ma resta il fatto che il missile sparato da Hollande contro l’azionista di riferimento del colosso mediatico Vivendi e, per suo tramite, di Telecom Italia è stato di quelli a testata atomica: “Un pirata”, l’ha definito, e ha aggiunto: “Penso che non ci si debba fidare di Bolloré e non solo politicamente. Quelli che non sono stati attenti sono morti”. Roba da sussultare: a tutt’oggi non smentita.

Del resto, che Bolloré non fosse un chierichetto, ilSussidiario l’aveva scritto e riscritto nei mesi scorsi, di pari passo con l’irresistibile – e incontrastata! – ascesa del finanziere bretone nel firmamento della Galassia finanziaria italiana. Finché prima dell’estate, clamorosamente, dopo aver vinto senza neanche giocarla la partita di Telecom Italia, comprandosela con due lire e piazzandoci al vertice un manager, Flavio Cattaneo, tanto valido quanto inviso al premier Renzi, Bolloré – per interposta Vivendi – ha dato un clamoroso due di picche nientemeno che a Silvio Berlusconi, un tempo amico suo, smentendo l’impegno contrattuale assunto poche settimane prima di rilevare la maggioranza di Mediaset Premium e proponendogli, invece, una surreale ipotesi di scalata morbida all’intera Mediaset!

Come se poi Mediaset, e la famiglia Berlusconi che la controlla, fosse stata una Telecom qualsiasi, deliberatamente lasciata senza presidio, senza controllo e senza strategie da chi negli ultimi sedici anni avrebbe dovuto garantire la stabilità e l’italianità del gruppo, cioè Mediobanca. Per fortuna Mediaset e Fininvest un padrone ancora ce l’hanno e questo padrone ha replicato sacrosantamente a muso duro e, preannunciando azioni legali poi effettivamente intraprese, non ha lesinato epiteti severi, pur senza arrivare al livello scelto da Hollande: “Pirata”…

Però attenzione: se Bolloré ha tradito la Fininvest e Mediaset sono anche affari suoi e dei suoi rapporti personali con Berlusconi, millantatamente buoni fino a quest’incidente. Ma che c’entra il governo italiano? C’entra, c’entra: per ragioni industriali, ma anche politiche. Sul piano industriale, infatti, per un governo avere un rapporto ostile con il proprietario del più grande gruppo nazionale di telecomunicazioni non va bene: non va bene nemmeno per il proprietario del gruppo, ma a chi nuoccia di più un contrasto è funzione diretta degli “attributi” che il governo riesce ad avere e utilizzare nei rapporti con il gruppo medesimo.

Per com’è oggi congegnata la regolazione del settore delle telecomunicazioni, l’80% del conto economico di un grande operatore è influenzato direttamente dalle delibere dell’Agcom, l’Autorità garante per le comunicazioni, che è indipendente dal governo, ma essendo stata da esso nominata gli attribuisce, come dire, un comprensibile ruolo di riferimento. E poiché una grande telco è pur sempre un’azienda in concessione, deve far massimo conto dei “desiderata” del governo: ammesso che quest’ultimo sappia farsi rispettare. E invece… finora non è andata così. E Bolloré, che è un assoluto spregiudicato, ne approfitta.

Ma l’altro aspetto per il quale il “pirata” Bolloré ha già abbordato il vascello di Renzi con una cannonata molto pesante non riguarda Telecom, ma riguarda proprio il voltafaccia con Berlusconi. Perché alla vigilia di un referendum cruciale, che si preannuncia tutt’altro che facile per il premier, avere un Cavaliere pacificato nelle sue cose imprenditoriali sarebbe stato sicuramente vantaggioso per accaparrarsene il sostegno al “Sì”. E invece…

E dunque? Dunque gli errori si pagano. E aver fatto entrare in Italia il “pirata” è stato un errore. L’avvento di Bolloré nel nostro mercato – per la storia – risale al 1999. Il finanziere cominciò a rilevare dalla banca d’affari francese Lazard le azioni che essa deteneva in Mediobanca, aderendo a una richiesta d’aiuto dell’allora capo di Lazard, Antoine Bernheim, che aveva rotto i rapporti con Cuccia e Maranghi, all’epoca ancora al vertice di Mediobanca con gli attuali dirigenti a fare da ragazzi di bottega.

Bernheim, borioso e ambizioso a livelli stratosferici, in forza di quella sua quota in Mediobanca aveva preteso di farsi insediare al vertice delle Assicurazioni Generali, di cui Mediobanca era (ed è, anche se in calo) azionista di riferimento. A un certo punto Mediobanca ne ebbe abbastanza dei suoi capricci – in quel caso, rara eccezione, aveva perfino ragione – e lo estromise. Bernheim giurò vendetta e trovò mani forti da cui farsi aiutare: Bollorè.

Il bretone, pieno di soldi, fece il gioco del vecchio banchiere bizzoso per un calcolo di convenienza, come del resto aveva fatto in Italia Salvatore Ligresti, assecondando oltre ogni limite le richieste di Cuccia e ottenendone in cambio onori e potere. Punto di contatto tra Bolloré e Ligresti? Sicuramente, e non l’unico: anche di Ligresti più d’un commentatore notò e scrisse, a suo tempo, che i rapitori della moglie erano stati trovati tutti morti…

Quando nel 2002 il rastrellamento di azioni Mediobanca da parte di Bolloré si completò e le parti in conflitto – i manager di Mediobanca e Bernheim – ritrovarono un accordo (per amore o per forza): Bernheim venne rimesso a far danni al vertice delle Generali, e Bolloré, tutto miele e sorrisi, s’insediò in Mediobanca come primo azionista “in proprio”; visto che l’unico socio che ha più azioni di lui è Unicredit, banca bella ma non priva di grane, che farebbe meglio o a fondersi con Mediobanca o a vendere la sua quota, per quel nulla che ne ricava…

E siamo all’oggi, con le pesantissime accuse di Hollande, lo strapotere di Bolloré in Telecom, le sue dichiarate ambizioni su Mediaset, le ulteriori ambizioni, per sé o per terzi, sulle stesse Generali. Anche se Hollande non gliene parlerà, a Renzi, nel prossimo vertice di Ventotene non sarebbe affatto male se qualcuno, nel nutrito staff di economisti che non sa che fare tutto il giorno a palazzo Chigi, si prendesse a cuore il dossier ed escogitasse il modo per porre un argine all’esondazione bretone che dalla Francia minaccia di dilagare un po’ ovunque in Italia.

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