FINANZA E TLC/ La battaglia delle telco contro Skype, WhatsApp e co.

I giganti delle telecomunicazioni chiedono aiuto all’Ue per far contribuire i giganti di Internet alla manutenzione delle reti che usano “gratis”. Il commento di ZACCHEO

20.09.2016 -
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Foto La Presse

Nella migliore tradizione dei monaci di Santa Chiara, che dopo aver subito il furto montarono i portoni di ferro al convento, le grandi società di telecomunicazioni si sono riscosse dal loro torpore decennale e hanno svegliato i loro lobbisti a Bruxelles per tirare la giacca a Margrethe Vestager – l’agguerrita commissaria Ue alla Concorrenza – e scatenarla contro gli “Ott” (over the top: i big di Internet, insomma) rei, a loro dire, di aver polverizzato miliardi e miliardi del loro fatturato offrendo gratis, online, ai loro clienti servizi telefonici basilari come la messaggistica, le telefonate interurbane e internazionali e le videotelefonate….

È una notiziona, ma è difficile leggerla spiegata come si deve, per quanto incroci pesantemente le vite e gli interessi, presenti e futuri, di tutti noi. Proviamo a capirci qualcosa. Un signore molto dotato e visionario, Jeremy Rifkin, aveva scritto nel 2000 un saggio che rappresenta una pietra miliare nella lettura del fenomeno-Internet: “L’era dell’accesso”. In esso, l’economista-futurologo americano, con un’intuizione davvero anticipatrice, spiegava che con l’avvento del web l’universo dei servizi di collegamento fruibili solo a pagamento e in base alla quantità di dati richiesti sarebbe stata superata, appunto, dall’era dell’accesso, in cui gli utilizzatori di questi servizi si sarebbero potuti limitare a pagare l’accesso alle reti con un piccolo canone, del tutto svincolato dalla quantità dei servizi fruiti.

C’è da scommettere che la matura generazione di ingegneri all’epoca al timone delle grandi compagnie telefoniche mondiali (in gergo, Telco) – dai colossi americani come At&t e Verizon alla britannica Vodafone, alla spagnola Telefonica, alla France Telecom (oggi Orange) e alla stessa Telecom Italia, a quei tempi ancora forte – non abbia letto “L’era dell’accesso”: infatti, senza colpo ferire, lasciò che gradatamente ma rapidamente i vari operatori Internet, che nel 2000 erano ancora piccole imprese, cominciassero a utilizzare le reti di tlc per farvi viaggiare “sopra” servizi digitali capaci appunto di rendere obsoleti e inutili i vecchi sms e addirittura lo stesso telefono; così facendo, hanno guadagnato fortune; e sono diventati colossi. Per cui in quindici anni, mentre il valore totale di Borsa delle grandi Telco è rimasto fermo, quello di Google & C. è decuplicato. 

Il primo a riuscirci fu Skype, poi Viber della Apple, oggi seguiti da WhatsApp e da Facetime e da molte altre applicazioni analoghe. Il sistema è semplice: una volta entrato in Internet pagando un piccolo canone “flat” (alias piatto, a prezzo fisso, una specie di “all you can eat” della telefonia) il signor Rossi può starsene in pace a videotelefonare con il figlio o la fidanzata a diecimila chilometri di distanza senza pagare un centesimo di più. E ingolfando la rete di traffico-dati, surriscaldando gli apparati e costringendo le Telco ad affannose e costose campagne di manutenzione e potenziamento delle reti, non pagate da chi le sfrutta!

All’inizio, inoltre, le Telco non capirono che in questo modo stavano pian piano lasciando che il loro rapporto solidissimo con i clienti – cementato dal cosiddetto “billing”, cioè dal fatto che è alle Telco che noi paghiamo la bolletta, per modesta che sia! – si trasferisse agli Ott, i quali oltretutto grazie ai dati intermediati hanno iniziato a conoscere vita, morte, miracoli e gusti di tutti noi.

Questo travaso di clientela, fatturati e informazioni dalle Telco agli Ott ha cominciato a incidere sui conti economici delle prime. Si calcola – e l’ha ben evidenziato un’inchiesta del CorrierEconomia – che nel 2015 gli operatori europei di telefonia mobile abbiano perso quasi 11 miliardi di euro di fatturato a causa del “saccheggio” di clienti e servizi operato ai loro danni dagli Ott. In più, gestendo i dati degli utilizzatori, gli Ott possono oggi bombardarli di pubblicità mirata, lucrandoci; e si preparano, domani, a offrirgli altri servizi ancor più lucrosi legati alla tutela della loro privacy, che poi paradossalmente sono essi i primi a minacciare. 

È sempre la stessa storia, come ai tempi degli antivirus: quei programmi di difesa dei computer da virus che non si è mai capito chi inoculasse nel web, salvo i maligni che ci vedevano dietro gli interessi…degli stessi produttori di antivirus!

Ebbene: meglio tardi che mai, le Telco hanno sensibilizzato l’Europa che adesso vuol chiedere agli Ott di pagare alle reti, almeno in parte, i costi di questa enorme massa di dati che “l’era dell’accesso” consente loro di sfruttare gratis. Ci riuscirà? Molto dipende dall’atteggiamento degli Stati Uniti, dove però oggi gli Ott dettano legge: basti pensare che Google ha ottenuto udienza presso il governo americano, lo scorso anno, in duecento occasioni, contro le centocinquanta di tutte le industrie farmaceutiche messe insieme.

Però il troppo stroppia. Così, a lungo andare, il sistema non può reggere, le reti sono sature e potenziarle costa sempre di più. Inoltre, senza un buon rapporto con le Telco, che fatturano le loro bollette ai clienti, anche per gli Ott potrebbero iniziare i guai. È dunque cominciata una lotta senza esclusione di colpi, a metà tra la lobby e l’alta finanza, che sicuramente nel giro di un paio d’anni condurrà a un rimescolamento degli equilibri sul mercato.

Ma al signor Rossi non converrebbe, invece, che tutto rimanesse com’è: con le videotelefonate gratis e la messaggistica altrettanto gratuita? Sicuramente sì, in un’ottica di breve termine. Ma se invece dell’uovo oggi si vuol pregustare la gallina domani, sarebbe forse meglio se gli Ott fossero costretti a pagare qualcosina in più alle Telco, senza scaricare questo sovraccosto sui clienti finali, per contribuire se non altro alla manutenzione delle Reti. A meno di non voler tornare prima o poi ai primordi del web, quando la rete rallentava ogni due minuti e le immagini dei video si “frizzavano” sul display.

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