IL SUD QUI E NON ANCORA/ Media impresa e contratti di programma per la ripartenza

- Ciro Acampora, Antonio Quaglio

La fase Recovery per il Mezzogiorno deve far perno sulle medie imprese resilienti e aggiornare i modelli di incentivazione

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(LaPresse)

Fra gli interventi della densa due giorni “Sud – Progetti per ripartire” – promossa dal neo-ministro Mara Carfagna e aperta dal Premier Mario Draghi – è rimasta l’eco del contributo dell’economista Lucrezia Reichlin. La quale ha anzitutto sottolineato quanto i gap di competitività che il Mezzogiorno lotta per recuperare non sono soltanto rispetto al Nord italiano ma anche quelli che l’intero sistema-Paese sconta nei confronti degli indicatori europeo medi o d’eccellenza. È una valutazione che non è mai superfluo riformulare, naturalmente in chiave positiva: la stagione “Recovery” – che sta entrando nel vivo – può e deve essere affrontata dall’Azienda-Italia nel suo insieme. Ciascuna area del Paese presenta problematiche socioeconomiche peculiari, ma ognuna offre anche opportunità specifiche e nessuna componente del sistema può pensare di essere autosufficiente sul sentiero di una ripresa che si annuncia impegnativa.

Reichlin è stata, nel merito, particolarmente incisiva nel focalizzare l’esigenza strategica di promuovere l’imprenditorialità nel Mezzogiorno. In questo ha ripreso una raccomandazione già espressa in margine all’ultimo Rapporto Svimez:  «Non va sostenuto il nanismo imprenditoriale, ma le medie che sono resilienti sì. Già fra il 2015 e il 2016 c’è stata una grossa capacità di reazione dell’industria meridionale». È da qui che Reichlin propone – in termini forti e certamente condivisibili – di far “ripartire” il Sud: dalle medie imprese che già hanno sviluppato proprie dimensioni concorrenziali stando nel Meridione.

È chi ha già maturato competenze imprenditoriali e manageriali che va sostenuto perché “fertilizzi” di buone pratiche l’economia attorno a sé territori: perché faccia da benchmark per nuovi imprenditori ma anche per gli altri player sui territori. Può sembrare un argomento acquisito, ma non lo è affatto. Anzi, è certamente utile rammentarlo ora: quando un nuovo flusso di finanziamenti straordinari corre ancora una volta il pericolo di perdersi “in pioggia”; e quando una riforma della Pubblica amministrazione rischia di non incrociare con le esigenze reali dell’economia al Sud. Porre la media impresa come baricentro del “Recovery Sud” è un’opzione non banale per introdurre subito un criterio di selettività nei progetti e per sollecitare la Pa a misurarsi con chi genera la competitività del sistema produttivo.

Sul piano dei meccanismi di politica economica locale, Reichlin ha usato parole critiche verso le “Zone economiche speciali”. È parso un richiamo utile: la normativa delle Zes va rivista in profondità  se le si vuol fare “ripartire” con chance di successo. E la loro riforma va allargata al riordino delle Aree di sviluppo industriale che nel tempo si sono caratterizzate per essere un centro di potere, quindi alla fine come ostacolo per le aziende. Anche queste ultime – tuttavia – all’inizio della Ricostruzione devono essere stimolate a mettersi in gioco. E lo strumento incentivante più promettente e innovativo appare il contratto di programma: un format utile a declinare piani, in particolare quelli votati a colmare deficit di business (di prodotto o processo), aggiungendo gradi di competitività.

Uno schema flessibile di “contratto di programma” si profila adatto anche a sollecitare nuova “delocalizzazione” nel Sud italiano: secondo la traccia sperimentata in molte aree della “Nuova Europa” all’Est. Ancora una volta: un giovane diplomato o laureato non può inventarsi imprenditore, manager o tecnico nel deserto. Può aver ricevuto una formazione universitaria adeguata (e Reichlin ha insistito molto sulla necessità di investimenti in questo segmento), ma ha bisogno di servizi ad alto valore. Ad esempio, bisognerebbe garantirgli un tutoraggio allargato che spazi dalle tecniche di gestione aziendale al supporto finanziario che lo aiuti a pianificare le attività complementari a quelle produttive. Fare azienda, infatti, non significa solo saper far buoni prodotti o servizi. Serve acquisire la capacità di imparare a formare il prezzo di vendita, selezionare i fornitori, predisporre i contratti di acquisto e di vendita, avere supporto nei processi internazionalizzazione. Molte di queste competenze, nella fase di avvio dell’azienda, potrebbero essere selezionate da strutture legate a Cassa depositi e prestiti.

P.S.: Nel suo intervento d’apertura Draghi ha posto l’accento sulla scarsa capacità del Sud si spendere le risorse messe a disposizione e di chiudere i cantiere aperti. È una raccomandazione puntuale al ministro Carfagna: effettui un veloce censimento delle opere pubbliche ferme, in alcuni casi da anni, per riprendere subito, seguendo il “modello Genova”, quelle che hanno ancora una valenza per diffondere sul territorio opportunità di sviluppo.

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