IDEE/ Sei proposte shock per la crescita del Sud

- La Redazione

Se ci fosse uno spot che descrive l’approccio dell’Italia al suo Meridione, il suo claim sarebbe: basta non guardare. Perchè, oggi, la parola d’ordine delle elites è «dimenticare il Mezzogiorno».

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Foto: Imagoeconomica

Se ci fosse uno spot che descrive l’approccio dell’Italia al suo Meridione, il suo claim sarebbe: basta non guardare. Perchè, oggi, la parola d’ordine delle elites è «dimenticare il Mezzogiorno». Da sette anni consecutivi il PIL del Meridione cresce meno di quello del Centro-Nord: è la prima volta che succede dal dopoguerra a oggi. Stiamo vivendo la stagione peggiore del Sud: quella del declino senza speranza, del fallimento delle strategie di sviluppo delle Regioni, della fuga in massa dei giovani dall’inferno. Eppure, nonostante vecchi annunci roboanti e nuovi Partiti del Sud, nessuno sembra più curarsi della Cenerentola d’Europa. E tra i leader politici prevale, inconfessabile, una sorta di “rassegnazione etnica” sulla sorte dei terroni: non ce la possono fare, meglio abbandonarli al loro destino… Ma si possono dimenticare nel cuore dell’Europa più di venti milioni di persone?

Al Sud serve disperatamente una “scossa”. Non è più tempo di questuare altra (inutile) spesa pubblica: il futuro del Mezzogiorno non dipenderà certo dall’esito di qualche battaglia di retroguardia per strappare al Governo un miliardo di euro in più. La via da seguire è tutt’altra: concentrare l’attenzione non più sulle risorse pubbliche, ma su quelle private. E’ terribilmente necessario e urgente “aprire le finestre” del Sud con scelte coraggiose e inedite per attrarre capitali privati, promuovere imprenditorialità, far nascere un circuito sociale virtuoso. La «scossa» di cui il Mezzogiorno ha bisogno è, in realtà, una massiccia iniezione di libertà economica. Possibile – sostanzialmente a costo zero – con sei misure “shock”.

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 La prima, decisiva, è l’abolizione degli incentivi pubblici alle imprese: quattro miliardi di euro che ogni anno, in media, vengono destinati agli imprenditori che operano nel Sud. Soldi buttati: l’inutilità degli incentivi è ormai una verità acclarata sul piano tecnico, nascosta ai media ma ben presente nelle menti dei decisori politici. In un esperimento dello psicologo comportamentista Skinner, alcuni topi chiusi in gabbia ricevono un pezzo di formaggio ogni volta che abbassano una levetta. Vengono così "incentivati" a tirare verso il basso la leva, per ottenere il cibo quando hanno fame. Ma il punto di vista può essere capovolto: in una vignetta pubblicata su una rivista americana di psicologia, un topo dice all’altro, indicando lo psicologo: "Lo vedi quello? Sono riuscito a condizionarlo. Pensa che ogni volta che abbasso questa levetta, quell’idiota mi butta un pezzo di formaggio».

Gli incentivi alle imprese funzionano secondo la stessa logica. La loro ragion d’essere sta nella possibilità di spingere l’imprenditore a compiere un investimento che non avrebbe fatto, o a farlo in misura superiore rispetto al previsto. Ma gli imprenditori, proprio come i "topi intelligenti" – sono in grado di rovesciare completamente la prospettiva, annullando l’effetto degli incentivi.  I documenti interni del Ministero dello Sviluppo Economico, le analisi della Banca d’Italia, le valutazioni dei più autorevoli centri di ricerca italiani ed europei portano inesorabilmente alla stessa conclusione: gli incentivi non creano sviluppo aggiuntivo e non stimolano investimenti, casomai distorcono il mercato e conferiscono un pericoloso potere di intermediazione alle strutture pubbliche.

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 E dal basso della mia esperienza con imprenditori grandi, medi e piccoli, non posso che confermare: non ho mai conosciuto un imprenditore che abbia deciso una strategia, un investimento, una nuova iniziativa imprenditoriale (in particolare industriale) in virtù dell’esistenza di un incentivo. Al loro posto c’è una sola soluzione utile, radicale ma vitale per il futuro del Mezzogiorno: la creazione di una "No Tax Area" a Sud. Avrebbe lo stesso costo degli incentivi per l’erario, ma effetti incredibilmente diversi. La "No Tax Area", come è noto, presenta più d’un rischio di incompatibilità con le norme comunitarie in materia di aiuti di Stato: il placet di Bruxelles è conquistabile solo al prezzo di una battaglia politica molto dura. Ma i governi italiani, sia di centrosinistra che di centrodestra, sono sempre apparsi timidi e impacciati, quasi rinunciatari: non risulta sia stata mai condotta, finora, un’azione politica decisa in sede comunitaria sulla questione.

Eppure non mancano, oggi, argomenti solidi perché l’Europa riconosca l’"eccezione italiana". Il Mezzogiorno è ormai così distante sul piano economico e sociale dal Centro-Nord, da poter essere considerato un Paese a sé stante (sarebbe l’ottavo dell’Unione Europea per PIL prodotto). Oggi è la regione arretrata più estesa e più popolosa dell’area euro, e i documenti interni della Commissione Europea attribuiscono proprio alla condizione del Sud d’Italia il fallimento complessivo delle politiche comunitarie di coesione. Ma da questa sconfitta potrebbe nascere una grande leva negoziale: se non si avvia a soluzione il problema Mezzogiorno e non si raggiungono risultati significativi entro il 2013, rischia di saltare l’intero impianto europeo delle politiche di coesione stesse, provocando danni ingenti a tutti i Paesi dell’Europa mediterranea ed atlantica nonché ai new comers dell’Europa dell’Est.

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 E per risolvere la questione – staccando al Sud la spina dei fondi comunitari dal 1 gennaio 2014, senza causare contraccolpi drammatici – non c’è via più efficace che la creazione di una "No Tax Area" a tempo determinato. Da applicare cum grano salis: riservandola agli investimenti imprenditoriali, non a quelli finanziari, e legandola a requisiti che garantiscano innovazione tecnologica e alto valore aggiunto delle attività imprenditoriali beneficiarie. Oltre alla "No tax Area", sono necessarie (e praticabili) altre cinque misure per la rinascita del Sud. La creazione di una "corsia preferenziale nazionale" che salti i veti incrociati delle burocrazie locali e favorisca la realizzazione di cento grandi progetti d’investimento, per far decollare il turismo di qualità nel Mezzogiorno.

L’abolizione delle tasse universitarie per i giovani meridionali che frequentano facoltà scientifiche: una misura concreta, e dall’alto valore simbolico, per "combattere" l’incredibile affollamento di avvocati e commercialisti nelle città del Sud, indirizzando i giovani del Sud verso le professionalità scientifiche più richieste dal mercato (e dagli investitori italiani ed esteri). L’applicazione di una maggiore flessibilità normativa nei contratti di lavoro. Commissariamento e ineleggibilità automatici per punire gli amministratori locali responsabili di gravi deficit di bilancio. La creazione di task force di "manager pubblici" a livello nazionale per il Sud, sul modello della prima Cassa per il Mezzogiorno.

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