Le gemelle Kessler hanno deciso di darsi la morte: lo si definisce un “atto di coraggio e di libertà”. Ma così si finisce per scambiare il bene con il male
Caro direttore,
il caso agghiacciante del suicidio “assistito” delle gemelle Kessler mi ha costretto ad alcune riflessioni.
Sono rimasto innanzi tutto molto colpito, ma me lo aspettavo, dalla maggioranza dei commenti popolari sui social che definiscono un “atto di coraggio e di libertà” la scelta delle sorelle gemelle. Cosa è accaduto perché l’uso corretto della ragione si sia corrotto fino al punto da definire “bene” il male? Come è possibile che sia bastato aggiungere “assistito” per far sembrare il suicidio un gesto positivo di autodeterminazione?
L’essere umano non determina nulla della propria vita. Non ha potere decisionale su quale sia il luogo, il momento e la famiglia di nascita. Non decide il colore degli occhi o la lunghezza delle gambe e non decide neanche se avrà una carriera felice o difficile, e quando pensa di essere artefice del proprio destino solitamente sbaglia o prima o poi cade rovinosamente.
Insomma tutto è dato, il positivo proviene da Altro, l’unico aspetto che l’uomo può decidere su sé stesso è proprio quello di porre fine alla vita e alla propria vita. Cioè l’unica cosa che può fare da solo, se non riconosce di dipendere, è il male (come insegna il catechismo).

Sette (7), dalla numero uno alla numero sette, le pagine del Corriere della Sera dedicate alla vita e alla morte delle gemelle. Perché tanta esagerata attenzione e utilizzo d’inchiostro? Perché questo suicidio segna un salto di qualità: non si tratta di un caso limite (quelli utilizzati da Cappato per impressionare l’opinione pubblica, per intenderci), qui c’è una premeditazione dichiarata da una decina d’anni.
Il caso perfetto di una coppia di gemelle che ha vissuto tutta la vita insieme e che decide di morire insieme. Un titolo così capita raramente nella vita. Chi non si commuove di fronte a una storia simile? Chi non prova empatia e soprattutto chi osa giudicare una scelta così intima, così tragica?! La finestra di Overton è definitivamente sfondata. Intanto i vescovi sinodali sono troppo impegnati a benedire le coppie omosessuali, così che lo stesso giorno su Avvenire troviamo un trafiletto a pagina 24 (ventiquattro) sulla vita artistica delle sorelle. Nessuna dichiarazione, nessun giudizio (forse meglio così).
Il salto di qualità del suicidio delle Kessler non può eludere il problema più importante. Per quale ragione vale la pena vivere. Il paradosso è che per dare risposta a questa domanda occorre chiedersi: per cosa vale la pena morire? Cioè, la nostra esistenza e la nostra libertà, cosa o Chi sono impegnate a testimoniare affinché la vita valga la pena di essere vissuta?
Immediatamente mi viene in mente Santa Madre Teresa di Calcutta, una vita spesa totalmente per gli altri fino a mettere le mani nelle loro piaghe. Una esistenza così non può mai stancare e vuole essere vissuta fino all’ultimo respiro concessoci perché, come cantava Adriana Mascagni, “tutta la vita chiede l’eternità”.
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