Alcune riflessioni sulla visita di Gheddafi alla Sapienza

- La Redazione

Matteo Fanelli racconta le sue impressioni sulla visita di Gheddafi alla sua Università, La Sapienza, e di come la strada per un vero e sincero dialogo appaia ancora lunga.  

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Matteo Fanelli racconta le sue impressioni sulla visita di Gheddafi alla sua Università, La Sapienza, e di come la strada per un vero e sincero dialogo appaia ancora lunga.

Sono uno studente di Scienze Politiche della Sapienza e vorrei commentare il convegno con Gheddafi che si è tenuto nel mio ateneo. Premetto che sono andato a questo appuntamento con buoni propositi, interessato da quel che poteva uscire fuori da un incontro con un personaggio che, pur essendo un dittatore, è comunque il leader di un Paese, e a me ha sempre appassionato la storia, la politica e l’attualità. Sono inoltre assolutamente convinto del fatto che chiunque in università possa parlare ed esprimere la propria idea, se ha una reale intenzione di dialogo con chi ascolta.

Mosso da queste motivazioni ho deciso di partecipare. Devo dire che sono rimasto estremamente deluso da ciò che Gheddafi ha detto. Innanzitutto perché ha strutturato tutta la prima parte del suo intervento facendo una lezione di storia a noi italiani. Ci ha spiegato come è nato il colonialismo e cosa è successo quando il fascismo ha deciso di intraprendere questa azione nei confronti della Libia: non c’è stato un cittadino libico che non sia stato ferito, ucciso, incarcerato o deportato. Non mi sono sentito ferito nell’orgoglio in quanto italiano, ma è la saccenza e l’arroganza con la quale Gheddafi ha tentato di insegnarci la storia che mi ha infastidito: ci ha insultato e ha detto che i nostri libri di testo dovrebbero riportare questi fatti perché soprattutto le nuove generazioni non ne sono a conoscenza.

Nel merito dell’impresa coloniale in Libia, lungi da me il giustificarla. Sono assolutamente persuaso del fatto che il colonialismo ha portato del male nei Paesi africani e asiatici, in molti casi ha voluto dire sfruttamento di uomini e risorse del territorio e ha creato tensioni e conflitti che durano ancora oggi. Tuttavia, ad onore della storia, vanno dette due cose. Innanzitutto non si può ragionare con i canoni moderni su fatti accaduti cento anni fa. Se infatti adesso la sola idea che uno Stato possa conquistare un altro per mezzo della forza e della violenza ci fa inorridire, probabilmente nel 1911 consideravano tale questione in maniera diversa. Non è un caso che, infatti, fossero in molti a “sponsorizzare” una impresa coloniale da parte del governo italiano: parti di formazioni sia liberali, che socialiste, che cattoliche. A quell’epoca questa cosa era, per così dire, di “moda”, e soprattutto si misurava la potenza di uno Stato in base ai possedimenti coloniali. Questo assolutamente non giustifica, lo ribadisco, il colonialismo. Come corollario di questa prima considerazione, vorrei riprendere ciò che ha detto lo storico Francesco Perfetti, cioè che bisogna riconoscere che il colonialismo italiano in Libia ha portato certamente guerra, ma anche, negli anni, dei benefici in termini di aziende, infrastrutture, ecc. Questo però Gheddafi lo omette.

La seconda cosa riguarda il famoso risarcimento dell’Italia alla Libia, che Gheddafi ha più volte citato nel suo discorso, aggiungendo anche che questo dovrebbe essere un primo passo perché tutte le nazioni coloniali risarciscano i Paesi conquistati. Io mi pongo una domanda: sono state sicuramente commesse uccisioni da parte degli italiani in Libia, ma questo automaticamente porta a dire che dunque gli italiani debbono dei soldi a quel Paese? Allora, noi ci sentiremmo in diritto di chiedere a nostra volta risarcimenti ai francesi, agli spagnoli e agli austriaci che per secoli hanno fatto su e giù per il Belpaese.

Finita la lezione di storia, il professor Gheddafi ha dato il meglio di sé cimentandosi in una lezione di coerenza, di etica e di morale. Ha infatti detto che quelli colonizzatori erano Paesi che praticavano il cristianesimo, e che Gesù aveva detto “ama il tuo nemico” e “porgi l’altra guancia”; se uno crede in Gesù non avrebbe potuto fare tali cose, perché Gesù era un profeta di pace. Sinceramente a prendere lezioni di coerenza da uno come Gheddafi non ci sto proprio! Viene a farci la morale (un ricatto morale, per giunta) uno che ha preso il potere con un colpo di stato militare e che ha instaurato una dittatura e commesso diversi attentati, che lui stesso ha ammesso di aver progettato? Ma stiamo scherzando? Anche qui, con una arroganza veramente fastidiosa. Come si permette costui di farci i predicozzi e dirci che noi non rispettiamo le “leggi morali” di Gesù? Sarebbe interessante spiegare al Colonnello che il cristianesimo non è un insieme di regole da seguire, non un insieme di dogmi da osservare (come è invece l’islamismo), ma è l’incontro con un uomo, Gesù di Nazareth. E Gesù non ha mai puntato sulla coerenza, conoscendo bene l’umano sapeva che esso è discontinuo e fragile, ma sull’amore, sull’amicizia. Tanto che ha fatto capo della Sua Chiesa uno, come San Pietro, che l’aveva rinnegato tre volte. Ma forse spiegare questo è troppo per uno come Gheddafi che probabilmente crede di essere il padreterno sceso in terra.

Infine, la terza parte della lezione, l’ha dedicata al terrorismo, dicendo che esso è sì da condannare, ma che i veri motivi per cui è nato il terrorismo sono le cattiverie e le provocazioni dell’Occidente nei confronti dei Paesi asiatici. Ha citato l’episodio delle vignette contro Maometto, giustificando così la reazione di chi si è sentito offeso. Potrei porre una sola domanda al leader libico: ma lei sa quante vignette contro il Papa vengono pubblicate in Italia e in Occidente? Si è mai chiesto perché i cristiani non hanno mai reagito così? Inoltre Gheddafi ha letteralmente giustificato il terrorismo internazionale, perché i terroristi sono in realtà i popoli oppressi che insorgono, e si è indignato anche del fatto che noi queste cose non le consideriamo perché ci arrivano notizie false. La realtà, secondo lui, è che ci sono i poveri asiatici sfruttati e il malvagio Occidente (come sempre incarnato da USA e Israele). E poi vi lamentate dei terroristi? (Si badi bene che non sto interpretando, questo è il senso delle parole espresse da Gheddafi). Forse Gheddafi dice questo perché non vuole guardare in faccia la realtà, e cioè che non è un problema solo di vignette o di colonialismo, ma di un fanatismo che nasce dalla interpretazione ideologica della religione, cosa molto diffusa tra gli islamici. Inoltre non si può dare sempre la colpa all’Occidente, perché in alcuni Paesi arabi la gente viene fucilata per strada, le donne non hanno diritti, la libertà di espressione è un sogno. Queste cose le vogliamo guardare oppure ci copriamo gli occhi?

Io sono convinto che non bisogna avere pregiudizi, e che la politica deve servire il bene comune, dunque occorre il compromesso, anche con un dittatore. Perciò ben fa il Governo italiano a firmare i trattati con la Libia per quanto riguarda immigrazione clandestina, petrolio e gas. La Libia è il nostro principale fornitore dell’oro nero e il nostro terzo fornitore di metano. Però ritengo che a livello politico internazionale, a livello di rapporti umani, non si possa costruire un percorso comune con un uomo che continua a mistificare la realtà e a giustificare il terrorismo internazionale. Anche se dicono che la Libia è uno Stato “moderato” – ma dopo aver sentito il discorso di Gheddafi oggi, mi piacerebbe sapere cosa si intende per moderato, forse che non fa gli sproloqui di Ahmadinejad – seppur sempre una dittatura, io non credo che si possa fare affidamento, ci si possa poggiare a livello internazionale su uno che continua a dire quello che ha detto oggi.

Per concludere, il Magnifico Rettore della Sapienza Luigi Frati, ha detto che questa conferenza è stata organizzata perché “noi vogliamo costruire ponti, non muri”, cosa su cui sono d’accordissimo e che sottoscrivo in pieno. Però per costruire ponti bisogna essere in due a volerlo, perché se dall’altra parte manca un deciso sostegno, il ponte crolla. Io, convinto sostenitore del dialogo con tutti, dico però che per fare una strada insieme (come potrebbero fare Italia e Libia, oppure Europa e Libia) occorre avere dei punti in comune da poter sviluppare. Non le stesse idee, per carità, ma dei punti in comune su cui si può costruire qualcosa, poiché è impossibile costruire sul nulla. A me pare che, rispetto a questo, la strada sia ancora molto lunga, perché Gheddafi, seppur da moderato, continua a sostenere posizioni sinceramente non accettabili. E soprattutto di queste posizioni è fermamente convinto.

Matteo Fanelli – studente di Scienze Politiche alla Sapienza.


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