THOREAU: La natura indifferente al destino dell’uomo, ma fonte d’ispirazione e di elevazione spirituale

- La Redazione

Riccardo Ianniciello ci ha inviato un approfondito commento all’articolo di Anthony Graybosch su Thoreau, importante filosofo e scrittore americano dell’800.  

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Riccardo Ianniciello ci ha inviato un approfondito commento all’articolo di Anthony Graybosch su Thoreau, importante filosofo e scrittore americano dell’800.

Sono uno studioso di H.D.Thoreau. Ho letto l’articolo di Anthony Graybosch condividendolo in parte. Graybosch sostiene, a mio avviso erroneamente che Thoreau, «man mano che diventava vecchio…non considerava più la natura come fonte costante di bellezza e di ispirazione morale» e cita a riprova di questo la descrizione che in Le foreste del Maine viene fatta del monte Ktaadn, visto come «selvaggio e orribile, anche se bello».

Thoreau compie tre escursioni nel Maine, rispettivamente nel 1846, 1853 e 1857. I resoconti di questi viaggi costituiscono la trilogia di cui si compone The Maine Woods, ossia Ktaadn, Chesuncook e The Allegash and East Branch. Il primo viaggio nel Maine, nel quale Thoreau riceverà dal contatto con la wilderness del monte Ktaadn, sensazioni di smarrimento e di impotenza, risale al 1846, quando egli aveva 29 anni.

L’ascesa al monte costituisce un’esperienza particolarmente significativa poiché per la prima volta Thoreau, abbandonando il paesaggio addomesticato e rassicurante di Walden, incontra la wilderness, carica di primordiali, misteriose e indecifrabili forze. Occorre evitare di fare l’equazione Walden = natura bucolica e Ktaadn = natura ostile e cupa. In tutti i saggi di storia naturale di Thoreau, la natura è vista come madre benevola e innocente, fonte rigeneratrice e ispiratrice, ma allo stesso tempo indifferente ai destini dell’uomo, dunque imperscrutabile. La Natura può veicolare significati non comprensibili, misteriosi e terrificanti. Una posizione simile a quella di Melville. Quando in Walden, Thoreau scrive le parole che seguono, non pensa certo alla Natura in modo idilliaco e pastorale:

 

«Nello stesso tempo che sinceramente desideriamo esplorare e imparare ogni cosa, noi chiediamo che queste siano misteriose e inesplorate, che terra e mare siano infinitamente selvaggi, non sorvegliati né sondati da noi, perché impenetrabili. Non possiamo mai avere abbastanza dalla Natura. Dobbiamo essere rinfrescati dalla vista di un vigore inesauribile, e di fattezze vaste e titaniche: la costa del mare con i suoi naufragi, i boschi selvaggi con i loro alberi vivi e marcenti, la nube carica di tuono, la pioggia che dura tre settimane e provoca straripamenti. Abbiamo bisogno di vedere che i nostri limiti vengano trasgrediti e che ci sia vita che pascoli liberamente dove mai noi vanghiamo. Ci sentiamo rallegrare quando osserviamo l’avvoltoio cibarsi della carogna che ci disturba e sconvolge, e trarre salute e forza da quel pasto. In una fossa, presso il sentiero che porta a casa mia, c’era un cavallo morto; spesso mi costringeva a passare da un’altra parte, specialmente di notte, quando l’aria è pesante. E però, la sicurezza, che mi dava quella carogna del forte appetito e dell’inviolabile salute della Natura, mi era di compenso. Mi piace vedere che la Natura sia tanto abbondante di vita che miriadi di esseri possono venire sacrificati, e che anche noi possiamo predarci l’un l’altro; che le deboli organizzazioni possano così essere serenamente fatte schizzare fuori dalla vita come la polpa da un frutto – come i girini che sono divorati dagli aironi, e le tartarughe e i rospi sono schiacciati sulla strada, mi piace sapere che qualche volta piovvero carne e sangue. Esposti come siamo alle disgrazie, dobbiamo vedere in quanto poco conto si debba tenere tutto ciò. L’impressione che prova il saggio è quella di un’innocenza universale».

L’esperienza con la wilderness sul monte Ktaadn, porterà Thoreau a eliminare ogni residuo di romanticismo dalla visione che egli aveva della Natura, facendola aderire ulteriormente alla realtà. La Natura, anche negli ultimi anni della sua esistenza, sarà per il poeta-naturalista di Concord, considerata fonte inesauribile di ispirazione e di elevazione spirituale: non a caso le note del diario si soffermeranno per intere pagine sui meravigliosi colori delle foglie in autunno.

Una delle ultime note del Diario manifesta ancora una volta l’entusiasmo di Thoreau per la Natura, che trasuda come stilla di rugiada:

Quando passo accanto a un ramoscello di salice, anche il più esile, che si elevi al di sopra del carice in qualche arida piana in dicembre, o al disopra della neve in pieno inverno, il mio spirito si solleva come se si trattasse di un’oasi nel deserto. Il nome stesso (salix dal celtico sal-lis, presso l’acqua), suggerisce che ivi scorre un qualche liquido o sangue naturale. E’ un getto d’acqua che non è venuto meno, ma poggia i suoi piedi nella fonte.

A chi desidera approfondire il concetto di Natura in Thoreau consiglio i testi dei massimi critici italiani, Franco Meli, Biancamaria Tedeschini Lalli, Piero Sanavio. Umilmente il mio saggio, Elogio della semplicità – H.D.Thoreau: la Natura come musa ispiratrice

Riccardo Ianniciello, naturalista e scrittore

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