SCUOLA/ 2 milioni di ragazzi chiedono allo Stato meno “scuola” e più formazione al lavoro

- Marco Lepore

Lo statalismo non è solo quello che sostituisce i servizi offerti dalla società con quelli centrali, ma anche quello che guarda alla persona in modo parziale. Lo dicono i dati sui “Neet” italiani. Ne parla MARCO LEPORE

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Foto: Imagoeconomica

Si parla molto, in questi giorni di fine anno scolastico, di percentuali di promossi/bocciati, ammessi/non ammessi. Ogni anno, in questo periodo, se ne parla, e al di là dei ritocchi più o meno sostanziosi apportati al “pianeta scuola” dal ministro di turno, la sensazione è che nulla cambi mai per davvero, soprattutto in ordine a quegli aspetti (autonomia, parità, formazione professionale) che potrebbero realmente apportare aria nuova nel settore.

Le riforme nel campo dell’educazione, in effetti, continuano perlopiù a “piovere” dall’alto, e c’è una invadenza dello Stato che fatica a diminuire nonostante le buone intenzioni (stando almeno al programma elettorale e alle ripetute dichiarazioni) dell’attuale governo. Invadenza deleteria per molti motivi, non ultimo lo spreco di risorse che ne deriva, poiché lo statalismo – dovrebbe ormai essere evidente a tutti – rende più costosi i servizi erogati a favore dei cittadini e ne limita contemporaneamente la libertà di scelta.

Non è solo questione, come si potrebbe pensare da queste prime righe, del solito discorso di “scuola statale e non statale”. È questione, invece, che riguarda a tutto campo e a tutti i livelli istituzionali l’educazione e la formazione dei nostri giovani e la libertà di scelta educativa fin nei dettagli meno noti.

Consideriamo, ad esempio, quanto ha segnalato Elena Ugolini dalle colonne del Resto del Carlino (Un modo farisaico di interpretare l’obbligo di istruzione scolastica, 8 giugno 2010): secondo il rapporto annuale dell’Istat pubblicato all’inizio di giugno, più di 2 milioni di giovani italiani (il 21,2% della popolazione tra i 15 e i 29 anni!) nel 2009 non lavorava e non frequentava nessun corso di studi. Si tratta – utilizzando la terminologia OCSE – dei giovani “Neet” (Not in Education, in Employment or in Training) che, già nel 2007, erano nel nostro paese in numero molto superiore alla media europea. Come precisa il rapporto Istat – ed è una precisazione di non poco conto – tale fenomeno “è più riconducibile all’area dell’inattività piuttosto che a quella della disoccupazione” ed interessa prevalentemente la popolazione maschile, con una ampia percentuale di early school leavers, cioè di giovani che hanno abbandonato gli studi dopo aver conseguito, al più, la licenza media.

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A monte di questo preoccupante dato sta, sicuramente, una molteplicità di elementi; tuttavia, una spiegazione plausibile può essere il fatto che in Italia l’inserimento nel mondo del lavoro avviene relativamente più tardi rispetto agli altri paesi europei, e ciò a causa di una normativa che continua a considerare ideologicamente (e – possiamo dirlo? – ottusamente) la permanenza forzata nel percorso di istruzione scolastica come garanzia di crescita, educazione e formazione della persona. È evidente, invece, che per tanti ragazzi sarebbero più coinvolgenti e utili percorsi propedeutici all’inserimento nel mondo del lavoro, con ampie caratteristiche operative/laboratoriali.

 

In questi ultimi anni, infatti, se da una parte è cresciuto il tasso di scolarità superiore (93 iscritti alla scuola secondaria di II grado ogni 100 giovani in età 14-18 anni), dall’altra si registra un impressionante aumento della disaffezione allo studio, all’impegno scolastico e alla disciplina, di cui il 12% di abbandoni a conclusione del primo anno (senza iscrizione all’anno successivo…) ed un ulteriore 3,4% alla fine del secondo anno, sono solo pallidi epifenomeni.

 

Quanti di questi ragazzi “dispersi”, poi, trovandosi ancora in obbligo formativo, accedono a percorsi di formazione professionale? Sicuramente solo una parte, come ci conferma l’Istat; molti, infatti, restano a “galleggiare” per anni in una specie di limbo fatto di lavoretti “in nero” e di mancanza di speranza per il futuro. Troppo tardi, verrebbe da dire: dopo reiterati insuccessi scolastici, in moltissimi casi la disistima di sé, spesso mascherata da arrogante parassitismo, da disilluso cinismo o da disperata noia, ha già invaso il campo… Vogliamo davvero continuare così? È sensato continuare a far finta che il 93% di scolarità superiore sia un successo coprendoci gli occhi di fronte all’evidenza che tanti ragazzi si iscrivono alle superiori e le frequentano (poco) già profondamente demotivati, pronti ad uscire dal percorso scolastico appena prosciolti anagraficamente dall’obbligo per scomparire poi nelle pieghe della società?

 

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Lo statalismo, insomma, non è solo quello che sostituisce i servizi offerti dalla libera creatività e operosità della società civile con quelli organizzati centralmente dallo Stato, ma anche quello -magari più periferico ma non meno pericoloso – che guarda alla persona in modo parziale, impedendole, in nome di una teoria elaborata da chi “sta al timone”, di scegliere quel percorso che permetterebbe di mettere a frutto pienamente e liberamente le proprie personali caratteristiche.

 

Le migliori esperienze di formazione al lavoro esistenti in Italia (per es. in Lombardia e Trentino) e nella maggior parte dei paesi europei ci documentano invece che è possibile e ragionevole proporre con successo percorsi di formazione professionale già in uscita dalla secondaria di I grado, permettendo così a chi ha una spiccata manualità e/o vocazione più operativa di mettere alla prova le proprie attitudini e farle fiorire pienamente, per la realizzazione della propria persona e al servizio del bene comune.

 

L’attuale governo, da parte sua, con la Legge 133/08 ha consentito che si possa assolvere l’obbligo scolastico anche nel sistema regionale della formazione professionale e nei percorsi triennali istituiti a suo tempo dal ministro Moratti: un piccolo-grande risultato che necessita, però, dell’attuazione da parte delle Regioni. La strada, dunque, esiste; pensando ai 2 milioni di giovani italiani Neet, percorrerla sarebbe un obbligo morale per tutti.

 

 

 

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