ILVA/ Il costo vero della chiusura

- Paolo Annoni

Il destino dell’ex Ilva di Taranto resta incerto. Forse chi sogna una sua chiusura non ha ben in mente quali sarebbero le conseguenze

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Impianti Ilva di Taranto (LaPresse)

Il destino dell’Ilva di Taranto è sempre più precario; in una delle aree, il Sud Italia, con la più alta disoccupazione in Europa qualcuno propone di liberarsi di questo peso inutile che occupa migliaia di persone per “fare allevamenti di cozze”. Sono discussioni che non si sentirebbero in nessuna altra parte del mondo e tanto meno in Europa. Ma cerchiamo di mettere questa vicenda in un contesto più ampio. Il prezzo dell’azione di Arcelor-Mittal viaggia vicino ai minimi degli ultimi anni perché i prezzi dell’acciaio sono crollati. Nell’ultima presentazione ai risultati, a metà luglio, la società spiegava di aver dovuto prendere la difficile decisione di tagliare la produzione per “portare l’offerta in linea con la domanda”. I prezzi dell’acciaio sono schiantati e c’è uno squilibrio tra offerta e domanda soprattutto in Europa. La società ha dedicato una “slide” anche all’Italia i cui risultati “sono stati impattati dalla debolezza del mercato europeo”.

Visto che il settore versa in queste condizioni, visto che la produzione di acciaio è oltre ogni dubbio strategica per un Paese che voglia continuare a essere industrializzato e visto che per non perdere un pezzo di sistema Paese si rischia di perdere un sacco di soldi bisogna “ottimizzare la produzione”. Significa, tra l’altro, che se una parte dell’offerta di acciaio in Europa sparisse dal mercato nottetempo si risolverebbero un sacco di problemi; ovviamente anche per quei Paesi che vogliono mantenere una produzione strategica per il “sistema Paese” senza che il “libero mercato” facendo il suo corso colpisca in modo indesiderato.

Ci sono ancora persone, non si capisce mai con qualche dose di malafede, che giustificano l’ineluttabilità di alcune decisioni con il “libero mercato”. Vorremmo sottolineare che ci sono un sacco di società industriali in Europa che dovrebbero essere fallite da molti anni e che non lo sono, contro ogni ragione economica, solo perché il loro sistema di riferimento non vuole che si disperdano competenze, posti di lavoro o pezzi di sistema Paese. La politica, giustamente, difende il sistema e i posti di lavoro, anche a costo di spendere soldi pubblici, anche a costo di falsare la competizione in Europa e anche a costo di falsare la concorrenza tra Paesi membri.

Pensiamo al dibattito sull’Ilva e chiediamoci che interessi possano muoversi in un settore così strategico e “pesante” che muove decine di miliardi di euro all’anno. Chiediamoci anche se ci siano solo le “leggi del libero mercato” in un continente in cui abbiamo le macchine di Stato, i tubi di Stato, gli aerei di Stato, i telefoni di Stato, ecc. C’è un sacco di gente che fa il tifo per la chiusura dell’Ilva e non sono solo i cultori della cozza biologica. Ma questo non dovrebbe sorprendere. Quello che sorprende è la costanza con cui l’Italia persegue il proprio suicidio industriale e quanto fumo venga sollevato per nascondere cosa succede.

Il risveglio quando si scoprirà che gli occupati si fanno ancora con le industrie e che il tenore di vita da primo mondo non può prescindere dalle imprese sarà molto amaro. Ma non particolarmente sorprendente. Poi qualcuno si chiede come mai dall’Italia, e in particolare dal Sud, emigrino così tanti giovani verso Paesi dove le acciaierie non chiudono, l’energia si fa con il carbone e il nucleare e così via. Non volete acciaierie, gas e petrolio? Benissimo però nessuno si lamenti se il Pil scende, il debito sale e non ci sono soldi per i servizi di base. Quanto meno bisognerebbe avere l’onestà di dire che senza l’Ilva la maggioranza di chi oggi ci lavora non avrà un lavoro “vero” a meno di emigrare o di accettare di arrivare alla pensione con il reddito di cittadinanza; con il piccolo particolare che a furia di decisioni come questa anche il reddito di cittadinanza diventa una scommessa complicata.

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