ILVA/ L’accordo che mette alle strette i sindacati (e lo Stato)

- Natale Forlani

L’accordo raggiunto sull’ex Ilva sembra essere conveniente per Arcelor Mittal. Decisamente meno per lo Stato e i lavoratori di Taranto

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L’intesa sottoscritta tra i commissari dell’ex Ilva e il management dell’Arcelor Mittal evita la prospettiva di un contenzioso indesiderato dalle parti, lo Stato italiano e la multinazionale indiana. Ma i contenuti della stessa sono ben lontani dall’assicurare la prospettiva di una continuità aziendale e occupazionale in condizioni di certezze operative.

Gli aspetti che modificano il precedente accordo del settembre 2018 – l’anticipazione dei tempi di acquisizione da parte di Arcelor Mittal al 31 maggio 2022 rispetto al 23 agosto 2023, l’ingresso nel capitale da parte dello Stato, dei creditori bancari e di eventuali imprenditori privati, un complesso programma di investimenti rivolto a ridurre del 30% le emissioni derivanti dal carbone – sulla carta confermano l’obiettivo del piano di mantenere a regime, entro l’anno 2025, i livelli di produzione e di occupazione del programma originariamente sottoscritto. stimati in 10.700 dipendenti e 8 milioni di tonnellate di acciaio anno, pari al doppio dell’attuale volume prodotto. Tali condizioni sono tuttavia ancora tutte da verificare sul terreno della concreta disponibilità di nuovi imprenditori privati a sottoscrivere gli aumenti di capitale (anche se parzialmente compensati per la componente delle banche dalla trasformazione dei crediti in equity) e della quantificazione delle risorse che dovrebbero essere apportate dallo Stato e dalla multinazionale franco-indiana.

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Inoltre, come dimostrato dalle reazioni di segno opposto delle organizzazioni sindacali e dell’amministrazione comunale di Taranto, l’obiettivo di trovare un equilibrio tra esigenze produttive e occupazionali e problematiche ambientali sembra ben lontano dall’essere raggiunto. Nel giudizio di alcuni autorevolissimi esperti, cito in particolare Carlo Mapelli e Gianfilippo Cuneo, il programma di investimenti viene assimilato a una sorta di libro dei sogni. Finalizzato congiunturalmente a tranquillizzare gli animi, ma sostanzialmente irrealizzabile in condizioni di redditività. Pesa in particolare il volume degli oneri legati ai tre ambiti di investimento, la lavorazione della materiale ferroso preridotto (DRI) che dovrebbe essere attuata da una società apposita costituita da soggetti pubblici e privati diversi da Arcelor Mittal, la costruzione dei nuovi forni elettrici e il rifacimento integrale dell’altoforno 5 destinato a sostituirne tre in fase di progressiva obsolescenza. Il tutto nelle condizioni di mercato che manifestano elevati livelli di sovrapproduzione di acciaio rispetto alla domanda del mercato e all’assunzione, confermata nell’intesa, degli oneri relativi al risanamento ambientale dell’area e della messa a norma degli attuali altiforni.

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La clausola che consente ad Arcelor Mittal di recedere dal contratto di acquisizione dell’ex Ilva entro il mese di dicembre 2020, in assenza della concretizzazione delle due nuove compagini societarie, ovvero della mancata sottoscrizione di un accordo con le organizzazioni sindacali per la parte relativa alle implicazioni occupazionali entro il mese di maggio del corrente anno, conferma le riserve avanzate da più parti avanzate. E cioè che l’intesa consente allo Stato di evitare di far precipitare la crisi a livelli socialmente ingestibili nell’area tarantina e fornisce nel contempo alla multinazionale indiana la possibilità di recedere evitando un contenzioso problematico e sottoposto al giudizio della magistratura.

Un sospetto paradossalmente accentuato dall’accantonamento da parte di Arcelor Mittal della richiesta di assicurare al management l’immunità penale per le iniziative che continuano a produrre conseguenze ambientali negative per effetto delle scelte operate dalle precedenti gestioni societarie.

La penale stabilita in caso di recesso, 500 milioni di euro, è di gran lunga inferiore alle potenziali perdite stimate per l’anno in corso e soprattutto per quelle che sembrano ormai inevitabili anche per il prossimo biennio con la previsione di una produzione di acciaio dimezzata per le condizioni del mercato e per i vincoli legati alla trasformazione degli impianti.

Per fronteggiare queste conseguenze, Arcelor Mittal aveva recentemente stimato un fabbisogno di utilizzo della cassa integrazione per circa il 40% degli attuali occupati diretti, che andrebbero aggiunti ai 1.300 attualmente in carico dell’attuale amministrazione straordinaria dell’ex Ilva. Questi numeri sono ben noti alle organizzazioni sindacali. Assenti al tavolo nella fase di predisposizione dell’intesa in questione e sostanzialmente chiamate ad avvallarla, pena assumere la diretta responsabilità di far fallire il tentativo di rilancio dell’azienda.

Ma l’intesa, nonostante la mole degli investimenti pubblici e privati previsti anche per ridurre le emissioni inquinanti e per risanare ambientalmente l’area, non sembra riscontrare il favore delle istituzioni locali. Come dimostrato dalle recenti prese di posizione assunte dal Sindaco di Taranto e dei parlamentari del Movimento 5 stelle, che non nascondono il proposito di farla fallire. Per non sottacere il ruolo rivestito dai pronunciamenti ondivaghi della magistratura e della conseguente incertezza relativa alla disponibilità di intervenire su impianti attualmente sotto sequestro.

Tutto questo è destinato a sovraccaricare gli oneri messi in capo allo Stato ben oltre la mole degli impegni, peraltro tutti da sostanziare in termini di entità e coperture finanziarie, prefigurati nell’accordo sottoscritto dai commissari con Arcelor Mittal. Nella migliore delle ipotesi (la continuità della gestione affidata ad Arcelor Mittal), lo Stato si dovrà fare carico di onorare la sottoscrizione di una quota consistente del capitale delle nuove società, delle perdite gestionali e degli oneri sociali conseguenti al rilevante utilizzo degli ammortizzatori sociali. Nel peggiore degli scenari (la fuoriuscita della multinazionale e la mancata predisposizione di un nuovo piano industriale) si prospetta una riedizione improvvisata dello Stato gestore, imprenditorialmente inadeguato, e chiamato in parallelo a far fronte con iniezioni di spesa assistenziale alle conseguenze di una crisi drammatica.

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