ILVA/ L’inchiesta che ricorda un male dell’industria italiana

- Sergio Luciano

A Milano è stata aperta un’inchiesta giudiziaria sull’ex Ilva di Taranto. Un’altra prova di quanto sia difficile investire in Italia

ex ilva arcelormittal conte
ArcelorMittal, lo stabilimento ex Ilva di Taranto (LaPresse)

Ah, beh: finalmente una buona notizia, finalmente un po’ di sollievo. Adesso sì che gli indianacci di Mittal avranno filo da torcere. Adesso, ed era ora, c’è un’inchiesta della magistratura che non è ancora su di loro, ma, tranquilli, si avvicina come il cobra alla preda, e infallibilmente colpirà. Che pena. L’arbitrio sfrontato e strafottente con il quale il colosso indiamo Arcelor Mittal ha deciso – o simula di aver deciso per ottenere vantaggi indebiti, ma è improbabile – di abbandonare l’Ilva al suo destino non sarà in alcun modo fronteggiato dai ruggiti da coniglio dell’apparato pseudo-istituzionale italiano. E in generale la storia recente dei rapporti del nostro Stato con quello indiano racconta ben altro. Racconta la pena infinita dell’arresto dei due Marò, risolta soltanto dopo anni e con espedienti sotto-diplomatici; o la vicenda obbrobriosa delle tangenti dell’Agusta, che ha falciato via dalla scena manageriale una persona perbene come Giuseppe Orsi scagionandola poi dopo anni, senza nemmeno le scuse.

Lasciamo stare. L’India sarà un Paese ancora in via di sviluppo, diretto da una democrazia rabberciata con una forte deriva nazionalista, sarà un Paese iposindacalizzato, bengodi di stupratori impuniti e di laceranti disuguaglianze sociali, ma si fa un baffo di uno Stato da operetta come si è ridotta a essere l’Italia. Da una parte – quella del Governo – abbiamo la buona volontà di una persona, Giuseppe Conte, che sta mettendocela tutta ma non trova la quadra ed è circondato da una manica di grillini incompetenti che – come ha ben denunciato Marco Bentivogli, il capo della Fim-Cisl, in un’intervista a Repubblica – dopo la batosta subita alle elezioni europee ha deciso di tentare il recupero dei voti su alcune battaglie simbolo, tra cui l’Ilva, e ha ricominciato a mettere in discussione lo scudo penale. Dall’altra la magistratura italiana, epitome mondiale di inconcludenza e surrealismo. Il suo agire scandisce l’impantanarsi di qualunque vicenda. E ne siamo talmente assuefatti da non reagire con indignazione nemmeno all’annunciarsi di sentenze giuste ma vergognosamente tardive come quella recentissima dell’omicidio Cucchi. Quindi gli annunci su inchieste anti-Mittal, che peraltro sono ipocritamente “contro ignoti”, per ora, è solo grottesco condimento mediatico.

La sostanza? È chiara. Gli indiani hanno comprato l’Ilva al 60% per evitare che andasse al temuto concorrente Jindal, che pure era affiancato (dettaglio surreale nel surreale) dallo Stato italiano attraverso la Cassa depositi e prestiti e da due forti imprenditori italiani come Leonardo Del Vecchio e Giovanni Arvedi, aveva tutte le carte in regola per vincere e offriva più soldi. E al 40% l’hanno comprata sperando – non “contandoci”, però – sul fatto che il ciclo industriale dell’acciaio continuasse a girare meglio di com’è accaduto. Quindi hanno dovuto ben presto tagliare capacità produttiva nel loro vastissimo impero, e hanno iniziato fuori Italia. Mettendo mano all’Ilva, l’estate scorsa, solo dopo il meraviglioso assist dato loro dai Grillini con le polemiche contro lo scudo penale. Polemiche scaturite poi nel decreto. E nella reazione indiana.

Dare dei “farabutti” a quelli di Mittal può essere un comprensibile sfogo, ma non risolve il problema. L’unica soluzione può venire da una nazionalizzazione dell’impianto o comunque da un massivo intervento di welfare. È giusto far pressioni in tutti i modi su Mittal perché receda dalla sua decisione, ma è oltremodo improbabile che gli indiani stiano a sentire. E certamente non sono modi significativi gli annunci di inchieste giudiziarie.

Scrive l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria sul Sole di oggi: “Gli investitori internazionali e anche membri di governi amici, apertamente i primi e in privato i secondi, mi hanno sempre detto la stessa cosa: in Italia ci sono grandi opportunità di investimento in tutti i settori, ma ciò che frena è il ‘rischio legale’. Gli investitori nazionali non la pensano diversamente. Si tratta di una combinazione di lentezza della giustizia che rende incerto il diritto perché difficile chiederne il rispetto in tempi utili per l’economia, di imprevedibilità della giustizia nel corso dei tre gradi di giudizio, di confini troppo labili tra diritto amministrativo, civile e penale. A questa imprevedibilità che attiene al sistema giurisdizionale, il quale risponde a norme anche se a volte liberamente interpretate, si sovrappone la variabilità e imprevedibilità normativa, che è quindi imprevedibilità politico-istituzionale. Chi, quindi, si accinge a effettuare investimenti soprattutto di medio-lungo periodo, non ha a disposizione un quadro di regole certe e accettabilmente stabili nel tempo entro cui effettuare i propri calcoli economici”.

La conclusione è chiara: investire in Italia è troppo pericoloso. Bisognerebbe riformare legislazione e giurisdizione. La prima è irriformabile perché in balìa del presentismo propagandistico di tutte le parti campo; la seconda è irriformabile perché presidiata dalla casta giudiziaria contro la quale la politica balbetta. È un miracolo, con simili premesse, che l’economia e la società del nostro Paese siano ancora vitali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA