Sembra non ci sia più futuro per l'ex Ilva, ma non è così: occorre superare alcune criticità che ne impediscono il rilancio
Da poche settimane è disponibile un eccellente lavoro di Assonime che ripercorre i dati salienti della più recente storia di Ilva (la “storia breve”) evidenziando il conflitto interistituzionale, la confusa gestione politica e sociale, lo sperpero di risorse in progetti e obiettivi spesso improbabili che hanno accompagnato, sotto l’egida di amministrazioni centrali e locali di ogni “colore politico”, il continuo degrado di un patrimonio industriale unico in Europa.
La lettura di quel testo ha fatto dire a molti che il problema Ilva non esiste, è superato perché oramai non è più un problema risolvibile.
Ilva oggi è certamente un intreccio di criticità che assomigliano a un groviglio inestricabile e pericoloso; un ginepraio, insomma, al quale è pericoloso avvicinarsi perché si rischia solo di essere sfregiati e sommersi. È vero?
Noi pensiamo di NO con convinzione. Le criticità sono molte e molto importanti, ma per ciascuna è possibile una soluzione che, sommata alle altre, definiscono un quadro generale di intervento positivo.
Proviamo a dipanare il groviglio prendendo un capo alla volta.
La prima criticità è quella ambientale. Da qui è partito il “tormento” degli ultimi 13 anni. È necessaria una soluzione drastica e la decarbonizzazione con i forni elettrici che sostituiscono gli altoforni va nella direzione giusta. Sei milioni di tonnellate prodotte con due nuovi forni elettrici sono sufficienti come si giustificherà più avanti. Si possono realizzare in 36/48 mesi durante i quali si provvederà anche allo smantellamento degli altoforni creando così un po’ di lavoro per i cassintegrati.

In questi anni la produzione può essere parzialmente garantita con l’acquisto di bramme e la loro laminazione negli impianti del Nord e in parte in quelli tarantini. L’acquisizione di bramme potrà continuare anche a forni elettrici funzionanti per coprire una maggiore e diversificata quantità di offerta, rispetto ai 6 milioni di tonnellate “elettriche”.
L’impianto per produrre il materiale preridotto che alimenterà i nuovi forni (sostituendo in larga parte l’utilizzo del rottame) sarà costruito all’estero dove l’energia costa molto meno pur avendo ben presente che quel materiale dovrà essere riscaldato prima dell’immissione nel forno.
Con la soluzione dei problemi ambientali, realizzata impiegando le migliori tecnologie disponibili (BAT) per i nuovi impianti e per la manutenzione di quelli esistenti, si deve intendere superata anche la criticità giudiziaria non ravvisando più la ragione di un intervento della magistratura poiché i problemi alla base di quanto avvenuto nel 2012 sono interamente venuti meno: riduzione drastica degli inquinanti e restituzione al territorio di parecchie decine di ettari di area aziendale non più necessaria.
La seconda criticità è quella sociale. Oggi ci sono circa 11 mila lavoratori distribuiti tra Ilva in Amministrazione straordinaria (1.500) e Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria (circa 9.500). Gli impianti con i forni elettrici, a integrazione attuale del ciclo, potranno utilizzare non più di 4,5/5,0 mila lavoratori. Per oltre 6 mila si rende necessario un piano straordinario di ricollocazione lavorativa e di protezione del reddito con Cig, incentivi all’esodo e piani di pensionamento.
Il Governo con le Regioni interessate hanno gli strumenti per realizzarlo in un arco temporale non superiore a quello della sostituzione degli altoforni. Per questo è fondamentale la partecipazione e la collaborazione dei sindacati che devono sentirsi parte fondamentale nel processo di rilancio di Ilva. Non va dimenticato, inoltre, che la ripartenza della produzione darà lavoro a oltre 4 mila lavoratori dell’indotto.
La terza criticità è quella finanziaria (Capex). Gli investimenti necessari, avuto riguardo alla situazione impiantistica esistente e alle necessità di manutenzione, non supereranno 3,5 miliardi di euro. Il trasferimento degli asset da Ilva in Amministrazione straordinaria ai futuri proprietari dovrà necessariamente riguardare ciò che è pertinente al nuovo piano industriale basato sui forni elettrici.
Gli altoforni, una parte delle aree oggi occupate da Acciaierie d’Italia, gli impianti non più necessari (le cokerie, ad esempio) e i lavoratori eccedenti, non possono e non devono essere un problema per gli acquirenti finali. Quindi questa parte di beni ha un valore di molto inferiore a quei famosi 1,8 miliardi previsti nel bando del 2017.
Se si esclude la realizzazione dell’impianto di preridotto (come abbiamo visto più sopra), le risorse necessarie non supereranno quindi 4,0 miliardi di euro; una cifra oggettivamente gestibile.
La quarta criticità è quella gestionale, comprendendo in questa anche la questione energetica (open). È veramente la criticità più importante, ma della quale si parla poco. I colloqui in corso con le imprese e le esperienze del recente passato (leggasi Mittal più Invitalia) consigliano un’attenta gestione del periodo “transitorio” di circa tre anni.; ovvero il tempo necessario per portare a soluzione le criticità fin qui richiamate.
Se non sono le imprese potenzialmente acquirenti, chi dovrà gestire la trasformazione degli impianti (e quanto altro abbiamo sopra richiamato) in questo arco di tempo? Lo Stato con una propria gestione transitoria come chiedono alcuni? Siamo convinti che questa non sia la strada consigliabile.
Oggi gli impianti sono gestiti dai Commissari straordinari che si avvalgono di una struttura manageriale che si è dimostrata capace di far funzionare (con le dovute risorse) gli impianti anche in momenti difficili. Proprio a loro potrebbe essere conferito il mandato della gestione transitoria (art 27 c. 2b Dlgs n 270 del 8 luglio 1999, superando il limite di 2 anni previsto nella norma) e della soluzione delle criticità che nessun operatore privato è disposto a gestire. Un mandato che abbia però tre clausole fondamentali:
1) La dotazione certa e pianificata a inizio mandato delle risorse finanziarie necessarie che possono essere reperite a mercato con garanzia pubblica
2) La disponibilità certa di gas naturale a prezzo molto ribassato per convertire le due centrali termoelettriche (480MW+564 MW) che attualmente sono alimentate in modo predominante dai gas siderurgici. Con l’aggiunta di impianti da fonti rinnovabili, Ilva avrà strutturalmente la certezza di poter operare con energia acquistata a un prezzo che consente la produzione acciaio competitivo anche ai subentranti al termine del “transitorio”.
3) Un accordo preliminare con i futuri acquirenti, selezionati sulla base delle offerte presentate, ai quali verrà riconosciuto un “diritto consulenziale gratuito” per far sì che al termine del “transitorio” gli impianti funzionino secondo obiettivi condivisi e senza interruzioni di sorta.
Per concludere, è evidente che la gestione transitoria diventa il momento fondamentale per rimettere Ilva sui binari giusti e darle finalmente un futuro stabile. Il successo di questa operazione – certamente molto innovativa rispetto a quanto fino a oggi discusso – sarà certo solo se vi sarà la volontà di tutti gli stakeholder di far rinascere Ilva.
È necessaria la concorde collaborazione tra i diversi organi dello Stato perché la permanenza del conflitto allontanerebbe definitivamente qualsiasi interesse privato; è fondamentale un ruolo attivo del sindacato che non può limitarsi a un’azione critica dell’operato altrui; anche la cosiddetta società civile deve concorrere alla definizione del futuro del proprio territorio abbandonando la “sindrome nimby” e formulando proposte di riutilizzo delle grandi aree lasciate libere dal processo di decarbonizzazione; infine gli imprenditori devono cogliere l’opportunità che viene loro offerta di concorrere alla realizzazione di un progetto industriale strategico per l’Italia.
Con questo scritto è stata avanzata una proposta concreta e realistica per dare un futuro a Ilva e all’intera filiera siderurgica.
Alcuni punti hanno ancora bisogno di approfondimento; soprattutto quelli di natura organizzativa e finanziaria. Se ci sarà una discussione, sicuramente non faremo mancare la nostra voce.
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