“Imagine, canzone anti-religiosa e anti-pacifista”/ Rushdie, Lennon e il comunismo

- Paolo Vites

Salman Rushdie rivela il vero contenuto di Imagine di John Lennon: anti-religiosa, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista

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John Lennon

In tempo non sospetti, ben cinque anni fa cioè, la poi candidata della Lega alla presidenza della Regione Toscana (sconfitta) Susanna Ceccardi scriveva su twitter un post passato allora inosservato e ripreso poi in campagna elettorale, per accusarla di “fascismo”. Ecco cosa diceva la Ceccardi: “1300 bambini hanno cantato Imagine di John Lennon sotto al comune di Cascina. Idea del sindaco. Cosa dice la canzone? Dice immagina… Immagina un mondo senza religione, senza paradiso, senza proprietà privata. Qualcuno lo ha immaginato davvero questo mondo, e lo ha realizzato. Si chiama Comunismo e ha fatto milioni di morti”. Apriti cielo. Ma come si permette, l’inno di tutti gli uomini che si vogliono bene, che sognano un modo fraterno senza religioni (cattive), senza confini, senza sfruttamenti, venir giudicato così malamente. Passa poco tempo, siamo a luglio e ospite del programma In onda è la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Le viene chiesto di Imagine e anche lei sostiene più o meno la tesi della leghista Ciccardi: “Beh, non è una canzone il cui testo mi appassiona, insomma. Dice che non ci siano le religioni, che non ci siano le nazioni. È l’inno dell’omologazione mondialista. Io francamente sto da un’altra parte: per me l’identità è un valore. Poi è una bellissima canzone. Se uno, diciamo, non capisse l’inglese e non sentisse il testo, la canzone è fantastica”. Ecco qua ci risiamo, questi “destrorsi di musica non ne capiscono proprio e sui social erutta il disgusto nei loro confronti.

Eppure, se si indaga, si scopre che il primo ad aver definito Imagine “il manifesto del Partito comunista” fu proprio l’autore della canzone, John Lennon, che da bravo inglese che sono sempre moderati e soprattutto quelli della sua generazione nata durante la II guerra mondiale cresciuta in piena guerra fredda con la paura dei sovietici, che già nel 1968 in Revolution aveva detto che “se volete che segua i manifesti del presidente Mao mi chiamo fuori”, aggiunse “comunismo ma non come lo fanno i russi o i cinesi […] un bel socialismo all’inglese”. Che tristezza il socialismo all’inglese, quel laburismo che bacia la mano alla regina.

Inoltre la Meloni non sbaglia a definirla “inno dell’omologazione mondialista”. Non sarà stato nella testa di Lennon che apparteneva ancora al mondo hippie del pace & amore universale, ma quel pace & amore si è incenerito nel globalismo capitalista che uccide i paesi poveri e ingrassa quelli ricchi.

Arriva adesso uno come Salman Rushdie, il noto scrittore iraniano, condannato a morte in contumacia dal suo paese per un libro, I versetti satanici, in cui avrebbe compiuto il peccato di blasfemia. A Salman Rushdie, cresciuto e vivente in occidente quasi da sempre, poco importa dell’ammuffita religiosità islamica fondamentalista che tanto sangue sparge nel mondo ormai da tempo. Preferisce piuttosto John Lennon anche lui, come ha dichiarato in una recente intervista a Repubblica. E anche lui è un sostenitore della canzone quale inno del comunismo: “il brano è “anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista, e viene accettato solo perché è “coperto” di zucchero. Lennon era un uomo intelligente, ma ribalterei la sua chiave di lettura: si tratta di una canzone che è stata equivocata profondamente. Per molti rappresenta un inno all’amore universale, mentre anela un mondo in cui Dio è assente, e proprio per questo può migliorare enormemente. Ancora oggi la si interpreta come se fosse All You Need Is Love”. Oh, e che la Ceccardi e la Meloni avessero avuto ragione? Sembra proprio di sì

Che Salman Rushdie ce l’abbia con Dio e le religioni, dopo quello che ha passato, vivere per anni nascosto e sotto controllo della polizia, minacciato di morte da un pugno di fanatici islamisti, glie lo possiamo concedere, ha le sue ragioni. Di fatto Imagine è una canzone che identifica in Dio le cause di tutti i mali del mondo. E allora ci chiediamo: ma con che coraggio si è potuto cantarla davanti a papa Giovanni Paolo II, nel 1997, durante il Congresso eucaristico, a Bologna? Bisogna proprio essere coglioni, fermi alla zuccherosità superficiale di quella melodia che e non capirne il significato più vero, che cioè in modo subdolo, sogna una fratellanza globale di pace e amore solo il giorno in cui Dio “sarà morto”. E infatti Imagine non è un inno all’amore, ma alla eliminazione di chi non la pensa in unc erto modo, di colore che una certa mentalità considera i cattivi da parte dei buoni.

Dice ancora lo scrittore iraniano: “Quando il pianeta ha raggiunto i sei miliardi di abitanti, le Nazioni Unite commissionarono a una serie di scrittori un testo da dedicare idealmente al bambino che raggiungeva quel numero che sembrava astronomico, ma che oggi abbiamo superato di un altro miliardo. Io augurai a quel piccolo un mondo senza paradiso, ma solo con il cielo. E soprattutto senza religione, citando esplicitamente la canzone: da quando esiste il mondo sono state commesse troppe atrocità in nome di Dio”. E’ vero, ha ragione, ma non è un motivo per chiedere la morte di Dio. Una persona intelligente chiederebbe, come fa da sempre ad esempio papa Francesco, che dalle religioni si tolgano le scorie ideologiche e politiche vi sono messe sopra per tornaconti ideologici.

Concludiamo con il giudizio di due scrittori inglesi, Ben Urish e Ken Bielen, che l’hanno descritta come “la canzone più sovversiva mai scritta che abbia raggiunto uno status di classico”. Amen. E adesso aspettiamo il 2021 quando si festeggeranno i 50 anni di Imagine. Il sottoscritto, che ne scrive da decenni e non ne può più (e che musicalmente l’ha sempre trovata degna dei baci Perugina), spera per allora di essere andato in pensione.

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