IL CASO/ La “rete” che aiuta gli italiani e supera la crisi

- La Redazione

Il nostro impegno storico riguarda le difficoltà legate al mondo dell’infanzia, dei disabili, dei tossicodipendenti, degli anziani, dei detenuti e del disagio psichico, dice CLAUDIA FIASCHI

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Nell’anno internazionale della cooperazione c’è una realtà, quella del social business e delle società ibride, che, aiutando le fasce più deboli della popolazione, non risente della crisi. Anzi. Crea utili. Proprio l’esperienza della sinergia fra privato sociale e mondo cooperativo sarà al centro della della XI Convention nazionale di Cgm (Consorzio Nazionale della Cooperazione Sociale Gino Mattarelli), in programma da oggi e sino a venerdì a Mantova: sarà presente anche il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. La più grande rete italiana di cooperative sociali – un migliaio quelle raggruppate nel Consorzio Cgm – è una realtà dai grandi numeri: più di 44.200 impiegati, il 30,7% composto da ultracinquantenni fuoriusciti dai normali circuiti occupazionali e difficilmente reinseribili. Di questi, poi, il 68,2 % è composta donne e il 7,4% da stranieri. Tutti al servizio di una  realtà che vanta un fatturato di oltre 1,3 miliardi di euro e un bacino di utenza di 500mila famiglie. IlSussidiario.net ha contattato Claudia Fiaschi, Presidente del Consorzio Cgm.

Quando e come è nata l’idea di creare una realtà innovativa come Cgm?

Cgm è nato esattamente 25 anni fa per dare slancio al movimento delle cooperative che allora erano chiamate di solidarietà sociale e che nel 1991 la legge ha definito come cooperative sociali. Si trattava di un movimento di base che si era auto-organizzato nei vari territori per gestire alcuni servizi alla persona, che non venivano promossi né dagli enti locali, né dallo Stato. Cgm è nato per favorire lo sviluppo di questa esperienza economica in tutta Italia senza perdere di vista la propria identità, cioè, quella di una cooperazione fortemente vicina al proprio territorio di nascita: ideato, cioè, per le persone della zona dalle persone della zona. L’idea è stata coniugare i vantaggi della “dimensione a uomo” con la capacità di lavorare in rete. Cgm si pone, quindi, l’obiettivo di far nascere i consorzi che sono i veri e propri incubatori di impresa delle cooperative sociali che, in seguito, lavorano in rete a livello nazionale.

Quali sono i servizi di cui vi occupate ogni giorno gestendo 1.000 cooperative sparse sul territorio italiano?

Il nostro impegno storico riguarda le difficoltà legate al mondo dell’infanzia, dei disabili, dei tossicodipendenti, degli anziani, dei detenuti e del disagio psichico. Seguiamo l’evoluzione dei tempi e oggi sono molto presenti i temi dell’immigrazione, dell’inclusione dei nuovi cittadini, così come le nuove povertà e il problema dell’occupazione femminile e della nuova fragilità occupazionale, che non riguarda più le classiche fasce svantaggiate, ma, soprattutto, chi perde il lavoro in età matura. Oggi siamo chiamati ad affrontare nuove sfide e a sostenere il sistema famiglia e i bisogni delle persone che vanno dalla salute, al welfare, all’emergenza abitativa.

Quali saranno i temi che verranno toccati nella due giorni che parte oggi a Mantova e che vi stanno più a cuore?

Innanzitutto, il tema della coesione sociale, che per noi rappresenta la sfida reale del Paese: tenere insieme i cittadini nelle loro molteplici diversità, bisogni, aspirazioni e desideri. Anche la fragilità occupazionale rappresenta per noi una priorità, soprattutto, come dimensione centrale per il rilancio di un Paese dove le persone abbiano voglia di partecipare alla costruzione comune di una società e non soltanto di darsi un reddito per vivere bene. Il terzo giorno poi affronteremo il tema dell’innovazione sociale, cioè su come sia prioritario lavorare sulle discontinuità per accogliere le nuove sfide.

 

Quali sono i vantaggi del “social business” che ultimamente il Governo sta guardando con molta attenzione?

 

Si tratta di un’economia fatta dalle persone per le persone, in cui il singolo fa la differenza e credo che anche l’economia tradizionale debba cercare di riprendere questo tema per rimettere al centro il valore dell’individuo. Il sistema delle cooperative, da sempre, si basa sulla capacità di intraprendere in modo collettivo e non individuale. L’altro elemento positivo è il capitale stabile, dato dall’insieme di tanti piccoli capitali messi a disposizione da tanti soggetti, che, oltre a essere remunerato, non è volatile e soggetto agli alti e bassi dei mercati finanziari o ai cali di fiducia.

 

Non risente, quindi, dell’attuale crisi?

 

Direi di no: nell’ultimo anno abbiamo registrato una crescita del capitale pari al 5,6% e questo significa che le persone che vi partecipano credono al progetto comune e sono disposte ad alimentarlo anche in un periodo di grande difficoltà.  

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