ALLARME CONFINDUSTRIA/ Preti (Bocconi): altro che spread, sono le tasse a “uccidere” le imprese

Confindustria lancia l’ennesimo allarme sulla ripresa. Ci sarà, tenue, solo con un anno di ritardo sul previsto. Ma c’è una via d’uscita per la crescita? Ne parla PAOLO PRETI

12.12.2012 - int. Paolo Preti
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Non c’è solo la prima gelata invernale che arriva dalla Groenlandia, c’è anche quella che Confindustria, attraverso il suo Centro studi, apparecchia per l’andamento della nostra economia nel prossimo 2013. Il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, sostiene che già dal prossimo anno ormai alle porte dovrebbero esserci già i segnali di una ripresa, soprattutto nel secondo semestre. Lo studio fatto da Confindustria risponde che la ripresa arriverà probabilmente nel 2014 e sarà molto tenue, una risalita del Pil dello 0,6%.I dati di Confindustria provocano un poco d’ansia. non solamente non mettono al riparo questo governo dimissionario dalle critiche, ma mettono in guardia anche il governo che uscirà dalle urne. Perché se il Pil nel 2012 calerà del2,1% (stima migliore di quella del 2,4% prevista dallo stesso governo di Mario Monti), nel 2013, secondo l’associazione degli imprenditori italiani, il Pil scenderà ancora dell’1,1%, non dello 0,6% come prevede il governo.Ci sono altre valutazioni del Centro studi di Confindustria che sono allarmanti. C’è ormai una questione fiscale. Dice Confindustria: “Rimarrà prossima ai massimi storici e insostenibilmente elevata, specie quella effettiva; 53,9% del Pil nel 2014 tolto il sommerso dal denominatore”.Seguono poi ancora dati negativi sull’occupazione e sul crollo dei consumi.Come vivono in questa situazione e con che prospettive hanno le imprese italiane?Paolo Preti, economista, direttore del Master Piccole imprese della Sda Bocconi è probabilmente uno dei più attenti osservatori della realtà delle imprese italiane, e non solo di quelle.Spiega il professor Preti: “E’ interessante notare quello che sta accadendo negli Stati Uniti. E’ un esempio che non vuole prenderla alla lontana o aggirare il problema. Negli Stati Uniti si sta assistendo a un rapido ritorno al manifatturiero. Pezzi di produzione che si facevano in Cina ora sono stati riportati, dopo anni, sul suolo nazionale. E questo è un fatto molto positivo”.

Per quale ragione questo ripensamento? Per una serie di motivi tutti validi. Il costo del petrolio e quindi dei trasporti, la vicinanza del processo di produzione e quindi la possibilità di interventi immediati, più rapidi, un accordo trovato con il sindacatoamericano, storicamente sempre pragmatico, che riduce il costo del lavoro, mentre il costo del lavoro in Cina sta aumentando esponenzialmente: si parla di un 18% in più all’anno sulla costa del Pacifico.

Questo esempio lei lo indicherebbe anche all’Italia? Certamente. Sarebbe utile fare un investimento sul manifatturiero. Noi siamo in Europa il secondo Paese manifatturiero dopo la Germania. Il problema è che in Italia non ci sono condizioni favorevoli per tutto questo: il costodell’energia (che in America cercano di aggirare riducendo le importazioni e con la scoperta di nuovo gas) e poi la politica sindacale, che rimane su posizioni ideologiche e non permette di intervenire sul cuneo fiscale. Ma questo investimento, questo sforzo occorre farlo.

A suo parere doveva farlo anche il “governo dei tecnici” di Mario Monti? Monti ha detto una settimana scorsa una frase molto indicativa della sua politica. Ha detto che vuole concludere la sua esperienza di questo governo con uno spread a 287 punti, cioè alla metà di quanto lo aveva trovato nel novembredello scorso anno. Ma guardando in questo modo lo spread vuol dire che si è mosso prettamente in ambito europeo e non italiano. Credo che questo tipo di politica abbia caratterizzato il governo dei tecnici.

Le imprese hanno sofferto di questa scelta? Molte imprese italiane stanno facendo ancora la loro parte, riescono a vivere grazie all’export, dimostrano ancora una grande vitalità. Ma i problemi che devono affrontare sono enormi, diventano sempre più pesanti.

Quali sono ormai i problemi principali? 

Siamo in recessione, la domanda interna è crollata. Ci sono ancora difficoltà con il credito. Ma il problema che ormai è diventato insopportabile è veramente quello della pressione fiscale. Ci sono aziende che lavorano per pagareinnanzitutto le scadenze fiscali. Tutto questo, alla lunga, deprime anche gli stessi imprenditori.

Secondo lei ha ragione il governo o Confindustria sui tempi della ripresa? Difficile fare una valutazione esatta, una previsione credibile. Io credo che ragionevolmente sia più credibile la valutazione fatta da Confindustria. Ma poi sul tavolo ci sono tante variabili da considerare, compreso soprattutto quella politica, legata alle elezioni politiche. C’è da sperare che si arrivi a una soluzione stabile.

Quale ruolo assegnerebbe a Monti nel suo futuro politico se sceglierà di impegnarsi ancora? Lo vedrei come un ottimo ministro degli Esteri. Sul sui conto va messa la recuperata credibilità internazionale dell’Italia. Chi meglio di lui potrebbe quindi rappresentare all’estero?

 

(Gianluigi Da Rold)

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