IL CASO/ Lo “sgambetto” di Cina e India alle imprese italiane

- Giuseppe Pennisi

Secondo recenti previsioni, nei paesi emergenti aumenteranno i consumi “frugali” e le imprese delle economie avanzate rischiano di perdere mercato. L’analisi di GIUSEPPE PENNISI

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Nel calendario cinese, il 2013 è “l’anno del serpente”. Per i cinesi, il serpente non è un animale viscido e ingannatore, ma un simbolo di calma relativa. I miei amici di Singapore, dove ho lavorato molti anni fa e sono stato più volte anche in tempi non lontani, mi dicono che con l’anno del serpente 2013 (nel calendario cinese i simboli di animali seguono un ciclo di 12 anni) dal 10 febbraio si entrerà in una fase senza insuccessi ma neanche grandi successi – il momento per rilassarsi e ricaricare le proprie batterie. Nella seconda metà dell’anno, mentre ci si approssimerà al prossimo dicembre, ci saranno segni, sempre più evidenti, di miglioramento.

Sono indicazioni che giungono anche dai principali modelli econometrici dell’economia internazionale, specialmente da quelli che, a differenza degli strumenti neo-keynesiani che hanno normalmente un’ottica di due anni, guardano al lungo periodo. La conclusione principale è che nel 2030 il 40% circa del Pil mondiale sarà generato da India e Cina – una proporzione analoga a quella stimata da Angus Maddison per il 1830 (l’anno più distante per il quale il paziente storico economico era riuscito a ricostruire la contabilità economica delle principali nazioni).

In altri termini, la fase in cui in piccolo gruppo di paesi dell’Europa, del Nord America e del Pacifico (Australia, Nuova Zelanda) hanno avuto il monopolio del progresso tecnologico è finita negli anni Novanta del secolo scorso e i suoi effetti saranno in gran parte esauriti. Ciò comporta un riassetto profondo, anche e soprattutto dei consumi. Prendiamo alcune cifre da analisi recenti della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e del Centro Europa ricerche (Cer).

Fatto pari a 100 il Pil pro-capite Usa, quello dell’Italia resterà attorno al 71-74% dal 2009 al 2050, ma quelli di Francia e Germania potranno crescere nello stesso periodo rispettivamente dal 76% all’83% e dal 79 all’82% e quello del Regno Unito dall’81% all’87%. Mentre nell’area atlantica i rapporti resteranno, quindi, sostanzialmente immutati, il Pil pro capite di Cina e India (rispetto a quello degli Usa e, dunque, dei maggiori paesi europei) passerà rispettivamente dal 14% e dal 7% circa al 45% e al 28%. Ci sarà una rapida crescita dei ceti medi, più marcata in Cina e India che in Brasile, Russia e altri paesi emergenti.

Tanto la politica quanto le imprese devono raccogliere la sfida. Soffermiamoci in primo luogo sulle imprese. Di fronte a questo scenario, chi non si internazionalizza muore: occorre difendere e rafforzare la propria competitività non solo nei paesi più ricchi e più avanzati (che, come si è visto, resteranno tali per diversi decenni), ma anche nei paesi emergenti per soddisfare non solo le loro esigenze di investimenti in conto capitale (la strategia di export di macchine utensili seguita per anni dalla Germania), ma anche i loro crescenti consumi. Nei paesi emergenti, mentre una piccola fascia della popolazione ricercherà il lusso dei comparti a più alto reddito dei paesi Ocse, la grande maggioranza dei nuovi consumatori si indirizzerà a consumi più frugali di quelli del Nord America e dell’Europa. Ma, specialmente in Europa, anni di politiche di austerità spingeranno verso una frugalità maggiore di quella del recente passato il ceto medio.

Negli Stati Uniti, l’Office of Social Innovation and Civic Partecipation della Casa Bianca sta esaminando da tempo il fenomeno per fornire, tramite il Department of Commerce, indicazioni utili alle imprese. In Gran Bretagna, il National Endowment for Science, Technology and the Arts è alle prese con progetti analoghi che riguardano principalmente comparti di prima necessità come l’alimentazione, l’abbigliamento e i trasporti urbani. Sarebbe auspicabile che la Commissione europea si ponesse obiettivi analoghi e che, nel prossimo settennato, i Fondo strutturali europei finanziassero progetti sperimentali nel campo del riassetto della produzione dei beni di consumo; potranno essere utili sia al mercato interno, sia all’export.

L’alternativa è il soddisfacimento dei consumi più frugali in quelli ancora chiamati “i paesi del benessere” facendo ricorso all’import dai paesi emergenti. Seguendo il primo percorso, le imprese europee si aggancerebbero alla ripresa mondiale e avrebbero spazio per espansione della produzione e dell’occupazione. Seguendo il secondo, invece, avrebbero margini sempre più ristretti e continuerebbero e perdere posti di lavoro.

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