IMPRESE/ Snaidero: all’estero vinciamo, ora l’Italia torni a crescere con noi

- int. Roberto Snaidero

In questa intervista, ROBERTO SNAIDERO ci parla di come le imprese stanno affrontando la sfida della crisi e degli strumenti di cui avrebbero bisogno per essere supportate

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Roberto Snaidero (Foto Imagoeconomica)

Ieri a Milano si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dei Saloni 2012, che dal 17 al 22 aprile porteranno alla Fiera di Milano oltre 2.500 espositori del mondo dell’arredo. Un evento che richiama oltre 300.000 visitatori, in particolare per il Salone del Mobile, giunto alla sua edizione numero 51. Un appuntamento che, «specie in un momento di crisi come questo, è molto sentito dalle aziende», ci spiega Roberto Snaidero, Presidente di FederlegnoArredo (l’associazione delle imprese del settore, che, attraverso la controllata Cosmit, organizza i Saloni).

Quello dei Saloni è un momento in cui un intero settore si mette in mostra e ha l’occasione per guardarsi e riflettere su se stesso. Quanto, nel suo comparto, si sente la crisi? Cosa si aspetta per il 2012?

La crisi iniziata alla fine del 2008 è stata molto pesante, con una contrazione delle vendite sia a livello interno che internazionale. Nel 2011 c’è stata una piccola svolta, perché il mercato internazionale è tornato a crescere, mentre su quello interno i consumi nel nostro settore hanno continuato a soffrire, anche per via della stretta fiscale che sta togliendo risorse agli italiani. Per il 2012 mi aspetto un trend simile, con una sofferenza sul domestico e un andamento positivo sull’estero. Le imprese, comunque, stanno lavorando molto per innovare i loro prodotti, per presentare sempre qualcosa di nuovo, in modo da distinguersi dai competitor internazionali.

È questa la strategia che devono usare le imprese per affrontare la crisi?

Posso parlare per conto della mia federazione. Se guardo il panel dei miei associati nel settore dell’arredamento, vedo che la conquista dei mercati passa per una via obbligata: dare loro sempre qualcosa di nuovo. È questa la nostra forza, perché abbiamo una cultura ormai consolidata che ci permette di creare soluzioni nell’arredamento che gli altri neanche si immaginano. Sono stato a Istanbul la settimana scorsa per l’Imob. Ma tra i prodotti offerti lì e i nostri c’è una differenza abissale, come tra il giorno e la notte. La nostra forza sta nel dare un segnale di vivacità, nell’essere imprese dedite alla crescita, all’innovazione.

Per voi il mercato internazionale è importante. E, nonostante le difficoltà dell’Eurozona, l’euro resta una moneta forte sui mercati valutari. Questo sta creando problemi alle vostre esportazioni?

Problemi ne abbiamo avuti quando il cambio con il dollaro era ai massimi e abbiamo perso anche mercato per questa ragione. Oggi, però, la situazione si è normalizzata. In ogni caso, sono convinto che se dovessimo uscire dall’euro sarebbe una debacle totale.

Restando in ambito internazionale, si dice che la Cina può diventare la nuova locomotiva economica globale. Per lei che cos’è la Cina: un mercato, un luogo dove delocalizzare, un Paese da cui possono arrivare investimenti anche per l’Italia?

La vedo come un mercato. Sarebbe sufficiente raggiungere il 10% dei consumatori cinesi per avere un mercato pari al doppio di quello italiano. Gli investimenti da lì stanno già arrivando nel nostro Paese, basti pensare all’acquisizione dei Cantieri Ferretti, uno dei simboli dell’eccellenza italiana. Certo, nulla vieta loro di acquisire il nostro know how e di portare la produzione in Cina, anche perché lì la manodopera costa molto meno. È un grosso pericolo che non si può non considerare.

 

Uno dei problemi delle imprese, specie in un periodo come questo, è quello del credito. Com’è la situazione dei rapporti tra i vostri associati e le banche?

 

Anche nel nostro settore esiste questo problema. Aggiungiamoci il fatto che lo Stato ha 75 miliardi (anche se credo che in realtà siano di più) di euro di debiti con il solo settore produttivo: risorse che mancano nel circuito dell’economia, facendo aumentare le sofferenze delle imprese. Inoltre, sta scomparendo una certa “correttezza professionale” del pagamento. Tra aziende sta diventando sempre più difficile saldare i conti nei termini pattuiti, non perché non lo si voglia fare, ma perché le banche stanno chiudendo i rubinetti e alcuni consumatori hanno difficoltà a pagare i prodotti acquistati. È un circolo vizioso che purtroppo non aiuta a migliorare la situazione finanziaria delle imprese e dei loro rapporti con le banche.

 

Siamo in una crisi, ma possiamo venirne fuori. Come giudica in questo senso l’operato del governo Monti, tra le fasi “salva-Italia” e “cresci-Italia”?

 

Credo sia stato fatto ancora troppo poco per la crescita. C’è stata una prima fase in cui gli interventi hanno evitato quella che poteva essere una situazione difficilissima. Per rendersene conto basta vedere l’andamento decrescente dello spread. Questo è certamente un grosso passo avanti, ma non può essere considerato un punto di arrivo, ma semmai di partenza: una base su cui operare per creare sviluppo, di cui abbiamo bisogno, perché le carte in regola, come dicevo prima, ce l’abbiamo. All’estero sanno che da noi esiste questa grande forza, questa grande creatività che gli altri non hanno. Questa è la forza del Paese.

 

Ma, secondo lei, di che cosa hanno bisogno le imprese?

 

In un certo senso, di tutto e, allo stesso tempo, di niente. Credo che le imprese abbiano bisogno di tranquillità, di sindacati che si rendano conto che non è facendo lotta che si risolvono i problemi, ma trovando coesione, unione. Il sindacato non deve fare politica, deve far rispettare i diritti dei lavoratori, ma anche i loro doveri. Purtroppo, ci siamo dimenticati dei doveri dei lavoratori.

 

È inevitabile a questo punto parlare di articolo 18. Pensa che sia davvero un ostacolo per lo sviluppo?

In senso generale, no. In senso specifico, sì. Perché non è possibile che in un’impresa ci siano persone che non fanno niente e altre che lavorano e sono costrette a farlo anche per gli altri. Io credo che bisogna premiare i lavoratori migliori e non quelli che non fanno nulla nelle aziende; oggi, purtroppo, ci sono anche queste situazioni che rappresentano un danno per tutti. Questo vale anche (e probabilmente in misura maggiore) nel sistema pubblico. Siamo in un momento di crisi, non abbiamo un mercato in crescita, anzi si spera di poter arrivare in pareggio e di non essere in perdita. In questa situazione, quindi, ci vogliono delle misure straordinarie.

 

Uno dei punti della trattativa sulla riforma del mercato del lavoro è cercare di favorire l’ingresso dei giovani con una semplificazione dei contratti. Lei cosa pensa che occorra per far assumere i giovani?

 

È difficile dare una risposta. Data la situazione nazionale e internazionale che attraversiamo, penso che i giovani per entrare nelle aziende debbano sapere che anche se hanno il miglior titolo di studio non possono diventare dirigenti al primo colpo, ma che bisogna fare sacrifici. Noto poi che ci sono dei lavori che ormai i nostri giovani non vogliono più fare: posizioni che ora vengono occupate dagli extracomunitari. Bisogna quindi avere tanta umiltà per entrare nelle aziende, perché chi vale cresce.

 

E chi è che vale?

 

Tutti i giovani per me sono validi, dal primo all’ultimo: non scarto nessuno. Da anni, quando ancora non c’era questa crisi, però sostengo che la maggioranza di loro, per scelta loro o perché spinti dalla famiglia, tendono a fare il liceo per andare all’università, che in alcuni casi non terminano o in altri riescono a finire, ma senza poi trovare lavoro. Contemporaneamente, però, gli istituti professionali, importantissimi nel nostro settore, stanno sparendo. Per esempio, in provincia di Udine, a San Giovanni al Natisone, c’è un Istituto professionale per l’industria e l’artigianato dove un tempo i periti del legno avevano già il posto di lavoro garantito prima ancora di terminare la quinta, perché le aziende facevano a gara per accaparrarseli. Ora questa scuola sta per chiudere perché non ha più studenti. È un danno enorme anche per la ricchezza del nostro Paese.

 

In che senso?

 

Abbiamo, per esempio, un know how in Brianza, che è la culla del design, ma mi dicono che non ci sono giovani disposti a lavorare nelle imprese. Forse non sanno che non si tratta di un lavoro come quello del falegname di una volta: oggi in azienda ci sono computer e moderni sistemi di sicurezza. Senza giovani rischiamo di perdere questo nostro know how, che rappresenta la nostra forza all’estero.

 

(Lorenzo Torrisi)

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