IL CASO/ L’Italia “sorpassa” la Germania: una mappa lo dimostra

JAMES CHARLES LIVERMORE prova a spiegarci che cos’è e che fine ha fatto l’economia reale in Europa. I risultati di questa ricerca sono per certi versi sorprendenti

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Immagine d'archivio (Infophoto)

Interrogato sull’efficacia delle Ltro, Mario Draghi lo ha detto chiaro e tondo: “Il sistema finanziario deve essere al servizio dell’economia reale, non il contrario”. A fare da eco al presidente Bce è stato il ministro Passera, che già all’indomani dell’asta invocava: “Tanta liquidità venga messa al servizio dell’economia reale”. Quando ascoltiamo appelli accorati in sostegno dell’economia reale, spesso la cosa più difficile è dare un’immagine a ciò che dobbiamo sostenere. Che cos’è in fondo l’economia reale?

Contrapposta alla perfida finanza, che promette ricchezza senza fatica e puntualmente ci scaraventa addosso scenari catastrofici, l’economia reale rischia di apparire come un mondo incantato dove ciascuno di noi, scansate le sfide che il mondo oggi ci presenta, può finalmente ritornare ai “bei mestieri di una volta”. Agli estremi opposti c’è chi liquida la questione in termini spicci: l’economia reale è quella che “fa le cose”. Ma allora il tavolino Ikea a quattro euro è economia reale?

Secondo il dizionario economico Longmann Pearson, l’economia reale riguarda la produzione di beni e servizi, differenziandosi così dall’economia di scambio e dall’attività di compravendita che contraddistingue quest’ultima. Ma neppure l’approccio accademico soddisfa fino in fondo: perché mai i servizi, immateriali proprio come la finanza, dovrebbero rientrare nella stessa categoria di chi lavora con tornio e scalpello?

La ragione sta nel tipo di lavoro che l’economia reale implica. Rispetto all’economia di scambio, l’economia reale si basa su quelle attività, manuali e intellettuali, capaci di trasformare tempo e risorse in risposte ai bisogni delle persone. Gli elettrodomestici che riempiono le nostre cucine, gli apparecchi elettronici nei nostri salotti, le automobili parcheggiate sotto casa sono solo alcuni esempi tra i molti prodotti che dopo aver attraversato tutta la filiera dell’economia reale entrano a far parte del nostro quotidiano.

Prendiamo un frullatore. Agli inizi del suo processo produttivo ci sono le materie plastiche necessarie per le scocche, l’acciaio delle lame e le componenti elettroniche che ne regoleranno il funzionamento. Semplificando il percorso, possiamo affermare che i pezzi sono poi formati e assemblati dalle industrie del settore e i prodotti finiti saranno affidati ai negozi per la vendita al dettaglio (quest’ultima, pur essendo un servizio, rientra nell’economia reale proprio come indica il professor Pearson…).

Lungo questo processo sono impiegate persone dalle competenze diverse, tra i quali possiamo menzionare periti chimici, ingegneri, operai specializzati, esperti di marketing e di logistica, autotrasportatori e ispettori di produzione. E i volumi di produzione non sono secondari: secondo Bloomberg, ogni anno nel mondo si producono materie plastiche per 1.000 miliardi di dollari, mentre le apparecchiature elettroniche ammontano a un corrispettivo di 400 miliardi di dollari.

Il rebus iniziale sembrerebbe già risolto: quando invochiamo aiuti all’economia reale, vogliamo che gli euro della Bce, gli incentivi e le attenzioni delle istituzioni si rivolgano a chi è attivo nell’industria alimentare e nell’abbigliamento, ai produttori di medicinali, elettrodomestici e tutti gli altri beni industriali fino alle apparecchiature aerospaziali. A rendere più complicato il quadro, una serie di sfide sulle quali – come si rimarca a Bruxelles con cadenza ormai quotidiana – si deciderà il futuro dell’Europa.

La prima sfida da affrontare è che l’economia reale europea si sta estinguendo. Le statistiche Eurostat sul manifatturiero indicano che il numero di persone impiegate nel settore è sceso del 17,4% in circa dieci anni (1998-2009). Stiamo parlando di sei milioni di posti di lavoro che in buona parte sono stati riassorbiti dalla manodopera a basso costo dei mercati emergenti. Ma c’è un fenomeno tutto “intra-europeo” che non va sottovalutato: in Europa è in atto una concentrazione territoriale delle aziende. Le due cartine in fondo all’articolo, frutto di una ricerca Natixis su dati Eurostat, sono una fotografia dell’industria manifatturiera a dieci anni di distanza. Tra il 1998 e il 2009 l’economia reale europea si è concentrata sempre più in quei territori storicamente capaci di fare impresa, mentre paesi interi non hanno saputo – o voluto – arrestare la rapida deindustrializzazione del proprio tessuto economico.

Mappa alla mano, il cuore dell’economia reale sono il nord Italia, i Land meridionali tedeschi, la regione francese del Rodano e la Catalogna. La Lombardia, in particolare, rappresenta da sola il 3,5% dell’intero manifatturiero europeo. Sotto la “lente” dell’economia reale l’Europa mostra così di poggiarsi sulla capacità produttiva di nove regioni (si veda la tabella a fondo pagina), mentre chi secondo il metro finanziario dello spread dovrebbe essere Paese cardine (Regno Unito, Finlandia e Olanda) è in realtà periferico.

 

 

Emigrazione e concentrazione dell’economia reale sono i fenomeni che meglio inquadrano l’attuale situazione economica europea: messi alle strette dai grandi cambiamenti epocali degli ultimi vent’anni, molti paesi Ue hanno sacrificato il proprio patrimonio industriale per concentrare persone e capacità su quei settori avanzati non ancora minacciati dai paesi emergenti. Tra questi settori rientrano la finanza, i servizi di consulenza, le professioni legali, l’informatica, il mondo dei media e delle telecomunicazioni. Questa resa strategica ha funzionato?

Purtroppo ha semplicemente fomentato il paradosso in cui si trova l’Europa: i settori avanzati sono difficilmente accessibili perché si basano su alte competenze professionali. E per mantenere questo divario serve innovazione. Ma in uno dei suoi rapporti su competizione e industria, l’Ue avverte che “non esiste innovazione, né ricerca se non esiste attività manifatturiera”. Ossia, se non c’è economia reale. Considerato che neppure la Commissione europea può riportare indietro le lancette dell’orologio, esiste una soluzione per uscire da questa spirale?

Nella seconda parte di questa indagine, un alleato inatteso – e non nella migliore delle condizioni – si scopre capace di tentare l’impresa. È l’euro e sulla sua capacità di sostenere l’economia reale si basa il futuro dell’Unione europea.

 

(1 – continua)

 

 

 



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