VIAGGIO MONTI/ Fortis: serviva Hu Jintao per capire che non siamo allo sfascio?

- int. Marco Fortis

Il Presidente cinese Hu Jintao ha promesso investimenti in Italia. MARCO FORTIS ci spiega come il nostro Paese dovrebbe sfruttare al meglio i rapporti con il gigante asiatico

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Può avere importanza sulla nostra economia, più specificamente sulla crescita del nostro Pil, il viaggio in Estremo Oriente del nostro presidente del Consiglio, Mario Monti? La domanda richiede due risposte. Una immediata, l’altra a lungo termine e inerente una conseguente e seria scelta di politica industriale, che forse lo stesso Monti può indicare in questo periodo di fine legislatura. La prima risposta è abbastanza semplice. Il tour del presidente del Consiglio, che toccherà anche la Cina, può far crescere ancora di più la credibilità che l’Italia si è riguadagnata a livello internazionale. Ma in questo caso, il “viaggio” può valere qualche cosa di più che le visite allo stesso presidente Obama e ai banchieri di New York e della City londinese. La seconda risposta è invece di prospettiva, è la risposta che l’Italia deve mettere in campo nei prossimi anni per dimenticarsi la “desertificazione” causata dalla crisi e ricominciare a crescere. È importante, al di là della cortesia di prammatica, dei sorrisi e delle relazioni con pacche sulle spalle, che il presidente cinese Hu Jintao abbia già detto che incoraggerà gli investimenti sia pubblici che privati in Italia. Il professor Marco Fortis, economista e vicepresidente della Fondazione Edison, guarda al viaggio di Monti con realistico interesse.

Cosa pensa di questo viaggio di Monti?

È certamente utile che il presidente Monti cerchi di dare lustro al nostro Paese. Sono viaggi che servono soprattutto a seminare per il futuro. Poi se, a breve termine, la Cina investe anche in titoli di Stato dell’area euro, soprattutto in quelli italiani, lasciando perdere un po’ il dollaro è ancora meglio. I titoli italiani danno un buono e sicuro rendimento, mentre quelli tedeschi, al momento, non offrono nulla. Non bisogna comunque farsi grandi illusioni, perché si sa come vanno questi incontri. Ma il grande apprezzamento che Hu Jintao ha fatto per le misure prese dal nostro governo è il riconoscimento che l’Italia non è affatto un Paese disastrato, come si poteva vedere dai fondamentali da molti mesi a questa parte, ma che è andato in sbandamento soltanto per un paio di mesi di confusione.

Che significato si può dare al rapporto complessivo tra Italia e Cina?

La Cina rappresenta per noi un’occasione di lungo termine, è una grande occasione, una grande opportunità per gli imprenditori italiani, per l’industria italiana, se la sappiamo cogliere. Al momento si possono anche pensare a investimenti privati, a progetti per le infrastrutture ad esempio, ad altre misure che possono rafforzare un rapporto di interscambio che è già avviato.

In che modo?

La nostra bilancia commerciale con la Cina ha un deficit di 19,3 miliardi di euro, superiore a quello con l’Ocse che è di 16,7 miliardi. L’interscambio tra i due paesi è molto forte. Noi siamo esportatori verso la Cina in diversi comparti industriali. Per fare alcuni esempi, posso citare i laminati per metalli, macchine per impacchettamento, macchine utensili, alesatrici, fresatrici, macchine tessili, macchine per la preparazione del tabacco. La sequenza è lunga. I numeri sono stati precisati dall’Osservatorio Gea- Fondazione Edison. Per ben 160 prodotti, noi italiani siamo i primi esportatori nel mondo in Cina; per 194 altri prodotti siamo i secondi esportatori; per altri 237 siamo i terzi. Insomma, in totale sono 596 i prodotti che ci vedono esportatori in una posizione di buon livello.

 

Ma allora perché la nostra bilancia commerciale segna un deficit così alto nei confronti della Cina?

 

Perché siamo travolti da una valanga di prodotti di bassa qualità, dall’elettronica, alla calzetteria, alla maglieria. Il problema che si pone nei rapporti commerciali con la Cina va visto in prospettiva.

 

Ci spieghi meglio.

 

Se si guarda alla Cina di oggi si possono contare un centinaio di milioni di persone che sono ricche e che desiderano consumare cose belle, soprattutto prodotti “made in Italy”. Sì, proprio il “made in Italy”. Ci vogliono l’etichetta sopra. Ai cinesi non interessa una macchina o un prodotto italiano che sia fabbricato da un’azienda italiana in Cina, dislocata nel loro Paese, vogliono proprio acquistare quello che è stato fatto in Italia. E questo dovrebbe insegnarci qualche cosa che sarebbe molto utile per noi.

 

Vale a dire, secondo lei, che noi dovremmo difendere e potenziare la nostra impresa e il nostro sistema produttivo?

 

Esattamente, proprio così. L’Italia resta un grande Paese manifatturiero e noi dobbiamo difendere e incrementare questa vocazione, questo impianto produttivo. Dobbiamo difendere la nostra industria, la nostra impresa. Nel 2025, la Cina, con tutta probabilità conterà 300 milioni di consumatori che si potranno permettere prodotti italiani. Un mercato enorme, un’occasione da non perdere e su cui si deve seminare sin da adesso.

 

Il problema è che la pressione fiscale taglia le gambe alle imprese in Italia. È la più alta del mondo e come si fa a convincere, a rassicurare gli imprenditori, a fare in modo che non pensino a dislocare?

So benissimo che questo è il problema di fondo. Ormai c’è chi si prepara a dislocare addirittura in Svizzera, che mi sembra una cosa fuori dal mondo. Ma il problema è di pura politica industriale. Se noi facciamo in modo di difendere la nostra impresa che produce qui, in Italia, coglieremo una grande occasione, altrimenti non faremo altro che galleggiare e non cresceremo. Quando un’impresa disloca in un altro Paese, non guadagna il Pil dell’Italia, guadagna solo l’azienda.

 

Allora il problema diventa quello della pressione fiscale sulle imprese?

 

Al momento basterebbero degli incentivi, dei riconoscimenti a quelli che le tasse le pagano e resistono sul mercato, ormai quasi con eroismo. Ritengo che una politica di incentivi sia realizzabile. È evidente che qualche cosa deve cambiare anche nell’accertamento fiscale. Che bisogno c’è di andare a fare continui accertamenti in aziende che hanno dichiarato un utile a due cifre? Sappiamo benissimo che, al momento, non possiamo eliminare l’Irap perché non ci sono soldi. Ma una buona politica industriale è fatta di incentivi, ripeto anche di riconoscimenti pubblici.

 

L’obiettivo quindi è salvaguardare la nostra impresa, le nostre aziende.

 

Certo. Non dismettere la nostra struttura industriale, fare in modo che le nostre imprese non dislochino, magari anche favorendo una crescita nel mercato interno, perché anche le aziende che esportano l’80% dei loro prodotti hanno bisogno di un’espansione del mercato interno.

 

(Gianluigi Da Rold)

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