FINANZA/ 2. Bertone: ecco perché i 100 miliardi di Passera non ci fanno crescere

- int. Ugo Bertone

Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera annuncia l’arrivo di oltre cento miliardi per rilanciare la crescita del Paese. Per UGO BERTONE non è il caso di farsi prendere dall’entusiamso

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Foto Infophoto

Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera si è recato ieri al Salone del mobile di Milano. Nel corso di questa visita ha rilasciato dichiarazioni importanti che se da un lato confermano tutta la politica di rigore dell’esecutivo (“Bisogna dire dei no, bisogna dire che da ora in avanti è tutta un’altra cosa”), dall’altra lanciano segnali di speranza. Per il 2013, ha infatti detto, si stanno creando le condizioni di una ripresa, una svolta che permetterà “al nostro Paese di rimettersi a crescere”. Si sbilancia fino a parlare di numeri: oltre 100 miliardi di euro “tra infrastrutture, lavori, investimenti a favore delle aziende che investono”. È davvero così? Siamo alla svolta tanto attesa? Secondo il grionalista economico, Ugo Bertone contattato da IlSussidiario.net, «ci sarà una ripresa, ma sarà ben al di sotto dei livelli in cui ci trovavamo nel 2007, cioè prima dello scoppio della crisi». Non solo. Per Bertone, «non dobbiamo farci illusioni. Forse potremo galleggiare, ma mi sento di dire che l’idea che la crisi possa finire e si possa ripartire dobbiamo togliercela dalla testa. Siamo a fronte di un processo lungo con una torta che si sta rimpicciolendo. Dobbiamo fare il nostro meglio per distribuirla in modo utile e non sprecarne le briciole».

Passera dice che ci saranno più di cento miliardi di euro da investire per la crescita. Da dove spunterebbero?

Guardi, qua stiamo parlando dei soliti soldi di cui parlava già Tremonti. Sono sempre gli stessi, non è che ce ne siano di nuovi.

Però parla anche di condizioni positive che si starebbero creando. 

Bisogna fare chiarezza. L’Italia sta facendo soprattutto con l’Imu (lo vedremo quando ci sarà da pagarla), uno sforzo pazzesco che non ha pari in Europa. La Spagna, ad esempio, certe sacrifici li ha solo annunciati, ma per il momento è solo cresciuto il fabbisogno statale. L’Italia, fra i paesi di certe dimensioni – escludendo l’Irlanda -, mi sembra l’unico che sta facendo sui conti pubblici uno sforzo notevole. C’è un secondo passaggio importante da chiarire.

Quale?

Bene o male, la recessione effettiva noi l’abbiamo pagata da un po’. Nel 2013, anzi secondo il viceministro Vittorio Grilli dal terzo trimestre del 2012, ci sarà un certo rimbalzo che però è figlio del fatto che si è calati giù moltissimo. Ma di fatto nessuno mangia percentuali per vivere.

Quindi? Questa benedetta ripresa arriverà?

Ci sarà, ma sia ben chiaro le nostre condizioni resteranno decisamente al di sotto del livello del 2007. Questo è un dato di fatto.

Dobbiamo allora farci poche speranze?

In realtà, lo sforzo che stiamo facendo non è solo contabile. C’è anche un tentativo che a volte va meglio a volte va peggio per raddrizzare le condizioni strutturali.

Quali condizioni strutturali?

Parlo di vita civile, non solo di economia. Prendiamo, ad esempio, il ritardo dei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione. Da una parte è un fatto di inciviltà, dall’altro è anche un fatto provocato dalla debolezza strutturale della Pubblica amministrazione che spesso e volentieri non sa neanche quanti soldi debba alle imprese e in parallelo genera anche abusi da parte delle imprese.

Abusi? Di che tipo?

Sappiamo tutti che dietro a certi preventivi delle imprese c’è un ragionamento che da già per scontato che il pagamento verrà effettuato in ritardo, che ci saranno ritocchi a lavori in corso d’opera e tanto altro. Da un certo punto di vista stiamo facendo un grande sforzo per mobilitare risorse che spesso sono rimaste parcheggiate e non spese. Stiamo facendo un grande sforzo che dovremo fare comunque, perché negli interventi di cui parla Passera ci sono cose che un Paese normale dovrebbe fare di suo, come l’esempio del ritardo dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione di cui dicevo prima o un’effettiva semplificazione burocratica.

 

Facciamo l’ipotesi che questi cento miliardi di euro arrivino veramente.

 

Ma anche senza, tutte le cose che ho citato prima una volta a regime potrebbero generare un giro di affari di decine di miliardi e allora sì che potremmo spingerci anche alla cifra magica dei cento miliardi di cui si parla tanto. Trattasi di vedere quando partono e se partono, Bene o male non è che sia una cifra impossibile. Non credo però che si possa andare a fare qualcosa in più di un punto percentuale di Pil in una situazione in cui nel 2013 partiremo dal 2% in meno. 

 

Ci spieghi meglio questo passaggio.

 

In termini percentuali, secondo il Fmi il Pil quest’anno scenderà dell’1,9%, dopo essere già scesonel 2011. Mettiamo che queste misure aggiuntive nel 2013 ci diano un punto in più di Pil: non riusciremo quindi a ritornare al livello del 2011, non dobbiamo farci illusioni. Forse potremo galleggiare, ma mi sento di dire che l’idea che la crisi possa finire e si possa ripartire dobbiamo togliercela dalla testa. Siamo a fronte di un processo lungo, una torta che si sta rimpicciolendo dobbiamo fare il nostro meglio per distribuirla in modo intelligente senza sprecarne briciole, ma prima che noi torniamo a produrre una torta – cosa che può succedere sostanzialmente grazie all’export – ce ne vorrà di tempo.

 

Dunque in conclusione qualche segnale seppur piccolo di ripresa c’è.

 

Teniamo conto che fino al 2006-2007 per sette-otto anni abbiamo goduto di un beneficio da euro che era la creazione di un’area finanziaria comune in cui arrivavano i soldi degli altri paesi permettendoci di pareggiare i saldi. Dal 2010-2011 non arriva più un euro da Francia o Germania. Noi dobbiamo metterci in condizioni di non avere uno sbilancio strutturale delle partite correnti. Questo bilancio è figlio della politica suicida dell’energia che ci costa anche più di decine di miliardi all’anno, e del fatto che non siamo competitivi a tutti i livelli. Non possiamo fare altro che cercare di spendere meno (ed è quello che stiamo provando a fare) e poi attrezzarci per produrre in modo competitivo. Si tratta di un processo lungo.

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