J’ACCUSE/ Galassi (Confapi): così banche e Stato “uccidono” le Pmi

- int. Paolo Galassi

I ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione, dice PAOLO GALASSI, possono costare la vita di un’impresa. Inoltre, il tema dell’accesso al credito è fondamentale

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Anno difficile questo 2012 per le famiglie italiane che si vedono costrette a limitare ulteriormente i consumi, già ridotti al minimo. Secondo Confcommercio, ci sarà una contrazione del 2,7%, dato peggiore dal Dopoguerra. La voce più pesante nei bilanci sarà costituita dalle tasse, specie  con il debutto dell’Imu, che sostituisce l’Ici e che vedrà il pagamento della prima rata a giugno. A soffrirne anche le piccole e medie imprese che vedono aumentata considerevolmente l’Iva e, di nuovo, l’Imu che porterà una contrazione nel comparto edilizio, già in stato di estrema sofferenza. Secondo la CGIA di Mestre con l’Imu le imprese manifatturiere artigiane e quelle industriali pagheranno quest’anno oltre 1.500 euro in più all’anno per ogni azienda. Per Il Sussidiario.net abbiamo sentito il parere del Presidente di Confapi, Paolo Galassi.

Quali sono state e rischiano di essere in futuro le conseguenze economiche dell’introduzione dell’Imu per le piccole e medie imprese italiane?

Le conseguenze saranno pesanti e destabilizzeranno il già precario equilibrio del nostro sistema produttivo. Oggi le pmi sono a corto di risorse economiche, i clienti diminuiscono sempre di più e molte aziende stanno ancora pagando tutti gli investimenti in innovazione effettuati prima dell’inizio della crisi. L’imprenditore  rappresenta un capitale da valorizzare, perché genera benessere per l’intera collettività, non può e non deve essere trattato come l’unica fonte di risorse economiche.

L’attuale situazione di crisi grava su tutti i settori dell’economia italiana. In che modo il governo potrebbe intervenire per risollevare le piccole e medie imprese?

Sono vent’anni che non si pensa al sistema manifatturiero. E’ tempo di affrontare davvero il nodo della crescita, attraverso un piano di politica industriale di ampio respiro: servono risorse per le imprese e un taglio netto ai troppi lacci burocratici che frenano lo sviluppo.

Attraverso quali leve fiscali sarebbe possibile fare quadrare il bilancio dello Stato in alternativa all’Imu e agli aumenti di Iva e accisa sulla benzina?

Innanzitutto, urge  una drastica riduzione dei  “rami secchi” del pubblico e una lotta più aspra contro il popolo degli evasori fiscali.

Se potesse scegliere tra abolire l’Imu e l’Irap, lei che cosa farebbe?

Difficile scegliere, dato il momento che stiamo attraversando.  Da un punto di vista di principio, però,  l’Irap è in assoluto la tassa più odiata dagli imprenditori. Si tratta di un’imposta-paradosso che dagli anni Novanta premia chi licenzia, penalizzando chi investe in capitale umano.

 

Di recente abbiamo assistito al tentativo di suicidio da parte di alcuni piccoli imprenditori. A chi e attraverso quali forme spetta il compito di tutelare chi è in difficoltà?

 

Anche se tutti siamo chiamati a fare la nostra parte, chi ci governa dovrebbe stare in prima linea perché si tratta di una vera e propria emergenza sociale. Noi associazioni di categoria facciamo il possibile per sostenere i nostri imprenditori, ma si tratta di un malessere che va oltre la situazione economica attuale, è la mancanza di speranza nel futuro che porta a questi gesti estremi. Il mondo istituzionale dovrebbe darci delle risposte, perché questa condizione di disagio è terribilmente diffusa. In questo contesto, mi sembra apprezzabile l’idea del gruppo del Pdl alla Camera di istituire un Fondo di solidarietà in favore dei piccoli imprenditori in difficoltà. Sono questi i temi che dovrebbero essere al centro del dibattito politico.

 

Quanto grava sulle pmi il ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e la lentezza nelle decisioni della politica?

 

In tempi di crisi, i ritardi possono costare la vita di un ‘impresa. Da un nostro sondaggio risulta che sei pmi su dieci  hanno riscontrato un allungamento dei tempi medi per i pagamenti negli ultimi quattro anni e una su due denuncia ritardi superiori ai 12 mesi. Confapi è molto attenta a questo problema e con le associazioni aderenti al Forum delle PMI, Lavoro e Professioni, il tavolo di lavoro permanente  che raccoglie diverse realtà del comparto industria, cooperazione, agricoltura, professioni, servizi, microimpresa sta sensibilizzando il mondo politico sulla gravità della questione. La politica sta rispondendo positivamente.

 

In che modo?

 

Recentemente sono stati presentati  due disegni di legge che riguardano la necessità di  affrontare in maniera più energica la battaglia contro i ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Il metodo suggerito dalle associazioni del Forum e presentato alla Camera, porta i nomi degli Onorevoli Garagnani e Romele, mentre in Senato quello del Senatore Pedica. Le proposte mirano a debellare questa piaga, che vale circa 100 miliardi di debiti non pagati, con il sistema  delle ganasce fiscali, per una volta applicato sulla  Pubblica Amministrazione insolvente. Su questo tema però non va trascurato  un altro aspetto importante: se molte piccole imprese sono al collasso non è solo colpa della Pa insolvente, spesso la grande industria  si comporta ancora peggio con i propri fornitori, superando di gran lunga i ritardi del settore pubblico.

 

Quali sono gli altri fattori strutturali che incidono di più sullo stato di salute delle pmi italiane?

 

Il tema dell’accesso al credito è decisivo. Negli ultimi sei mesi i rapporti con le banche sono peggiorati per il 53% delle pmi e più del 71% degli imprenditori denuncia un aumento delle condizioni praticate. Senza risorse le imprese non possono assumere, non possono innovare e perciò non possono crescere e restare competitive.

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