FINANZA/ 1. Così la “ricetta Obama” può salvare le nostre imprese (e i conti pubblici)

- int. Gustavo Piga

Secondo GUSTAVO PIGA l’unica possibilità di uscire dalla crisi è aumentare la spesa pubblica per lanciare un piano di infrastrutture e dare fiato alla domanda interna

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La Banca centrale europea ha chiesto a 7mila imprese di Eurolandia da cosa fossero maggiormente preoccupate. La riposta mediamente più gettonata è stata tanto immediata e intuitiva quanto, in realtà, di complessa interpretazione: la mancanza di clienti. Ai dati pubblicati dal “Rapporto della BCE sull’accesso alla finanza delle piccole e medie imprese” si affiancano quelli di Unioncamere. Secondo i quali le piccole che esportano reggono meglio la crisi. Il trend di crescita dell’export, infatti, si attesterà, per il 2012, sul +3,1%. Ciò non significa che siano esenti da enormi difficoltà. A partire da quella ad affermarsi sui mercati esteri in ragione, prevalentemente, dell’inadeguatezza delle loro dimensioni. Abbiamo chiesto a Gustavo Piga, Professore di Economia politica presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, di fare una panoramica della situazione.

Anzitutto, quali sono gli elementi più significativi emersi dal rapporto della Bce?

La Bce, tanto per cominciare, conferma che se pensavamo di essere usciti dalla crisi, dopo i timidi segnali di ripresa nel 2011, ci siamo sbagliati. La situazione è tornata a livelli negativi del 2009. Il miglioramento è stato temporaneo.

Questo come si ripercuote sulle imprese?

Tra tutte le categorie criticità (suddivise in problematiche dovute a una cattiva regolazione, alla mancanza di riforme, all’assenza di competitività, alla difficoltà nell’accesso al credito e alla carenza di domanda), le imprese avvertono maggiormente quelle dovute alla mancanza di clienti. Sia le piccole che le grandi. Emergono, inoltre, dati scoraggianti sul credito. Non tanto sull’aumento dei tassi di interesse, quanto relativamente alla diminuzione delle erogazioni.

Da cosa è motivata tale difficoltà?

Le banche non si fidano a concedere prestiti, perché non ritengono le imprese solide, né solvibili. Il che genera un circolo vizioso. Le imprese che si vedono negato un prestito perché ritenute poco sicure, senza quel prestito lo diventano ancora meno.

Cosa dice il rapporto, riguardo all’Italia?

Che da noi il tasso di rifiuti è più alto che altrove.

Secondo Unioncamere, resistono le piccole imprese che esportano

Le imprese che esportano soffrono di meno perché la domanda aggregata mondiale, rispetto al 2009, è cresciuta. Allora, infatti, il tasso di crescita globale era negativo, oggi cresce al 4%. In tal senso, occorre ricordare che la piccola impresa, di norma, non nasce internazionale, ma vive di domanda interna. Essendo tale domanda in crisi, lo sono di conseguenza anche le imprese piccole che non esportano.

Dovrebbero, quindi, internazionalizzarsi?

L’internazionalizzazione si costruisce nel tempo. Non è sufficiente uno schiocco di dita per farle sbarcare sui mercati esteri. Se la domanda interna è in crisi e se molte imprese, per loro stessa natura, non possono nascere in altra maniera se non indirizzate al mercato interno, è necessario un altro ragionamento.

Quale?

Anzitutto, la politica economica deve orientarsi verso la protezione delle piccole. Guardiamo agli Stati Uniti, dove le piccole sono estremamente valorizzate dallo Stato. Spesso si tratta di aziende che nascono sulla base di un’idea innovativa, ma che non dispongono delle più basilari competenze. L’amministrazione pubblica le sostiene, anzitutto, garantendogli assistenza e formazione su funzioni basilari sulle quali sono inesperte, come  la contabilità, la gestione del personale, il marketing. Inoltre, le favoriscono nel mercato interno.

Un tale orientamento, in Italia, come sarebbero conciliabile con i nostri problemi di debito pubblico?

In due modi: per prima cosa, sarebbe necessario, rispettando la soglia prevista dalle direttive europee, riservare i contratti pubblici alle piccole imprese, privilegiando quelle appena nate. Tanto più che, in un settore particolare, le costruzioni, la Bce ha rilevato un crollo maggiore che altrove. E, per una singolare coincidenza di incontro tra bisogni, abbiamo l’urgenza impellente di ricostruire il Paese. Fisicamente. Abbiamo strade, scuole, ospedali, carcere aeroporti fatiscenti. Affidare alle piccole imprese gli appalti  che sono già in essere (senza aumento, quindi, della spesa pubblica), consentirebbe loro di crescere, rilanciando il Paese a livello globale.

E il secondo?

Senza crescita immediata non c’è stabilità dei conti pubblici, mentre il modello secondo cui il rigore genera crescita, inizia a vacillare. Occorre, quindi, a livello europeo, fare come Obama, quando tre anni fa lanciò un piano di infrastrutture che tutelò buona parte dei lavoratori a minore produttività, che avevano perso il lavoro. Non opere faraoniche, ma semplicemente la ristrutturazione dei ponti, delle strade, ecc….

Come?

Sempre a livello europeo va negoziato un aumento temporaneo, da parte di ciascun Paese, della spesa pubblica. Siccome il problema delle imprese è la mancanza di clienti, e siccome il mercato interno è fermo e le famiglie non consumano, rappresenterebbe l’unica maniera per rilanciare la domanda. Attualmente, infatti, il solo cliente delle imprese può essere lo Stato.

Non trova particolarmente rischioso indebitarsi ulteriormente proprio adesso?

Non si tratta di aumentare la spesa per compiere degli azzardi, ma per realizzare opere necessarie e importantissime. Abbiamo un intero continente cui fare manutenzione e procedere in questa direzione farebbe ripartire il lavoro, quindi i consumi, l’economia nel suo insieme e, in ultima analisi, le entrate.

E a quel punto?

Allora sì che sarà necessario darsi serie politiche di rigore. Esse, infatti, si rendono necessarie proprio quando l’economia va bene. Potremmo dire “per mettere il fieno in cascina” e prepararsi all’inverno. L’inverno nel quale ci troviamo oggi, senza aver prima accantonato le risorse necessarie per i tempi peggiori.

Tornando alle imprese che, invece, esportano, seppure a fatica: che fare per aiutarle?

Come è consuetudine negli altri Paesi, le grandi imprese nazionali dovrebbero fare da apripista. Portandosi dietro, nei Paesi ove approdano, anche una miriade di piccole imprese del proprio indotto. Per intenderci: Finmeccanica non ha bisogno del governo, perché è già introdotta nei “salotti buoni” internazionali. Le piccole che esportano avrebbero bisogno del suo aiuto per introdursi a loro volta.

Sul fronte dell’accesso al credito, infine, cosa suggerisce?

Anzitutto, il governo, nel momento in cui ha concesso agevolazioni e aiuti alle banche, avrebbe potuto contrattare una loro maggiore attenzione alle piccole imprese. Detto questo, è ancor più scandaloso che dopo sei mesi, i crediti che le imprese vantano nei confronti dello Stato non siano ancora stati sbloccati, e si discuta ancora se fare una cessione “pro soluto” o “pro solvendo”. Il fatto è ancora più grave se consideriamo che si tratta di un segnale di debolezza tale da far persistere la sfiducia dei mercati nei confronti dell’Italia e, di conseguenza, da lo spread su livelli ancora altissimi. 

 

(Paolo Nessi)

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