CREDITI IMPRESE/ L’Ance verso la class action. L’esperto: giusto, le compensazioni non bastano

- int. Gaetano Troina

Migliaia di imprese sono pronte a fare causa, in massa, alle pubbliche amministrazioni; GAETANO TROINA commenta la provocazione dell’Associazione nazionale costruttori edili

cantiere-costruzioni
Infophoto

Esasperate dall’atmosfera di beffa e scoramento che sono costrette a respirare da troppo tempo, le aziende edilizie provano a correre ai ripari. Di compensazioni, Bot, cessioni di credito pro soluto o pro solvendo non sanno che farsene. Vogliono i loro soldi. E subito. Sono stufe di esser vessate da un sistema legalizzato di strozzinaggio al contrario: lo Stato, loro debitore, impunemente non le paga, gettandole in ginocchio per assenza di liquidità. Il presidente dell’Ance (Associazione nazionale dei costruttori edili), Paolo Buzzetti, ha fornito dati allarmanti. Le imprese del settore devono aspettare, mediamente, 9 mesi per essere pagate, con punte di 2 anni e mezzo. 7.552 imprese di costruzione sono fallite, 380mila posti di lavoro sono andati persi. Dei 60-100 miliardi che l’amministrazione pubblica non versa al sistema produttivo italiano, ben 19 spettano a loro. Buzzetti ha fatto sapere che, giunti a tal punto, non resta che lanciare una class action collettiva: «Una serie di azioni legali contro lo Stato che non paga e porta le aziende al fallimento». E ancora: «Stanno arrivando di continuo i dati di coloro che sono già in condizioni per fare un decreto ingiuntivo, siamo già a un miliardo di euro di crediti non pagati». Gaetano Troina, professore di  professore di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Roma Tre, interpellato da ilSussidiario.net, afferma: «L’intenzione, di per sé, mi pare sopra le righe. Si tratta di una provocazione. Dubito che, concretamente, sia possibile raggiungere degli effetti nel breve periodo. Tanto più se si considera che la criticità maggiore delle imprese, nell’immediato, è l’assenza di liquidità e cause di questo genere richiedono parecchio tempo».

In ogni caso, hanno tutte le ragioni dalla loro. «L’ipotesi di compensazione o di sconto del credito, una proposta analoga a quella di Alfano, io l’avevo avanzata tre anni fa. Allora, tuttavia, aveva un senso, oggi no». Ai tempi, infatti, «non eravamo in recessione e lo sgravio fiscale avrebbe potuto, effettivamente, agevolare le imprese mentre lo Stato si sarebbe alleggerito di parte dei suoi debiti». La situazione è notevolmente cambiata. «Il problema delle imprese non è più quello di limitare le uscite, ma di riuscire ad avere entrate e liquidità; sia per l’attività ordinaria, che per i nuovi investimenti». La crisi creditizia ha diverse sfaccettature. «Quand’anche lo Stato certificasse i crediti delle aziende, mi domando quale banca sarà disposta a scontarglielo». Tanto più che Moody’s ha appena declassato 26 istituti di credito italiani. 

«Dovremmo chiederci di quale autorità dispongano queste istituzioni per emanare tali valutazioni. Non si sono accorte che, da loro, JP Morgan aveva un buco di 2 miliardi e improvvisamente pretendono di dare giudizi sui nostri istituti». Quindi? «L’impressione è che si tratti di una manovra finalizzata a non far andare a buon fine le misure per rispondere alle richieste europee». Il motivo è semplice: «Gli stessi fondi che, in buona parte, sono i proprietari delle agenzie, sono causa di buona parte della speculazione a livello mondiale. E agiscono senza prospettive economiche sul lungo termine, ma per garantire un profitto immediato».  

 

(P.N.)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori