CREDITI IMPRESE/ Così lo Stato può frenare i decreti di Monti

Secondo GIOVANNI MARSEGUERRA, le misure individuate dal governo per sbloccare i crediti delle imprese verso lo Stato sono un passo avanti, ma sembrano faragginose e lente

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Corrado Passera e Mario Monti (Infophoto)

Il “governo dei tecnici” si è finalmente reso conto che le imprese italiane sono in grande difficoltà. Si potrebbe dire, meglio tardi che mai. In breve, le imprese italiane sono bloccate, in carenza di liquidità dato che le banche non scuciono più un euro. E nello stesso tempo, mentre le imprese sono sottoposte a una pressione fiscale pazzesca, lo Stato, la maestà dello Stato, è debitore verso le imprese di 70 miliardi di euro, secondo una valutazione fatta da Confindustria. Qualche cosa di più, secondo altre valutazioni. Insomma, lo Stato si fa pagare, ma non paga. A volte, alcune amministrazioni di questo “grande Stato” non ti emettono neppure le fatture che puoi scontare in banca. Il “governo dei tecnici” se ne è reso conto ed è già un passo avanti. Tanto è vero che ha varato quattro decreti ministeriali che dovrebbero permettere allo Stato di onorare i suoi debiti verso le imprese per un terzo della cifra complessiva dovuta. Si dice, con una certa nonchalance, 20 o 30 miliardi, manco fossero noccioline. E tutto questo entro l’anno. Giovanni Marseguerra, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, commenta questi quattro decreti.

Come le sembrano?

Credo che, finalmente, siamo di fronte a un salto culturale. Nel senso che si è compreso che le imprese sono veramente in difficoltà. In grande difficoltà. E che non producono ricchezza solo per se stesse, ma per tutti, per tutto il Paese. È difficile pensare a una politica della crescita con aziende che vanno male o falliscono. E, quando un’impresa muore, muore e basta. Non rinasce da un giorno all’altro. Una tragedia, da un punto di vista economico.

Cosa ha fatto, quindi, il governo?

Innanzitutto, stabilisce che le imprese possano richiedere alla Pubblica amministrazione la certificazione del loro credito. Fatta la richiesta, la Pubblica amministrazione deve provvedere entro 60 giorni; se il termine scade senza che la certificazione sia stata ottenuta, si avvia una procedura, anch’essa di 60 giorni, nella quale viene nominato un “commissario ad acta”. Così, si può arrivare a centoventi giorni senza beccare un euro, nel peggiore dei casi.

Quello della certificazione non sembra un procedimento molto snello. In alcuni casi particolarmente complessi si arriverebbe già a fine settembre.

È un procedimento abbastanza farraginoso, effettivamente. In ogni caso, lascia intendere che, per lo meno, lo Stato lancia il segnale di avere in mente la questione, sa che le imprese sono in difficoltà, e manifesta l’intenzione di agire.

 

Una volta ottenuta  la certificazione, cosa succede?

 

Si possono individuare diverse soluzioni. La prima consiste nelle “compensazioni” tra i debiti che l’imprenditore ha con lo Stato e i crediti che vanta. Qui bisogna dire che c’è un cambio di rotta per certi aspetti clamoroso. Qualche tempo fa, quando questa compensazione la chiedeva Angelino Alfano, venne quasi scambiato per uno che incitava all’evasione fiscale. Ad ascoltare le parole di ministri e via cantando, la compensazione viene accettata. Si può compensare il credito in cambio praticamente di ogni tributo che si deve pagare.

Altre strade che si possono percorrere?

Si può andare in banca con la certificazione. E, attraverso il Fondo di garanzia, si contratta con la banca (che alla fine ci guadagnerà qualche cosa); l’istituto di credito potrà anticipare fino all’80% di quello che deve pagare lo Stato. Esistono due forme di trattativa: la formula “pro solvendo” e quella “pro soluto”; a seconda dei casi, il debito resta in carico o al creditore o al debitore. Ci può essere infine una terza scelta: quella della cessione del credito.

 

Insomma, sembra che sia dato un respiro alle imprese. Resta il fatto che non si tratta di una procedura semplice
 

 

No. Tra il passaggio della certificazione, che dovrà essere monitorata, e quella della trattativa con le banche, è indubbiamente complicata. Insomma, è un passo avanti, ma piuttosto complesso. Ma gli altri passi, relativi ai quaranta o cinquanta miliardi di euro che restano da pagare, quando verranno fatti? Consideriamo infine che, a conclusione di questo percorso, sicuramente le imprese non riceveranno tutto quello dovrebbero avere. Sui tempi stiamo a vedere. Si può presumere un po’ di incertezza pensando che tutto questo possa avvenire entro l’anno.

 

(Gianluigi Da Rold)

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