ISTAT/ Pil al -0,8%. L’esperto: Iva, Imu e tasse dietro il calo della domanda interna

- int. Gianluca Femminis

L’Istat ha diffuso oggi i dati definitivi sui conti economici trimestrali, che vedono il Pil del primo trimestre in calo dello 0,8%. Il commento di GIANLUCA FEMMINIS

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Pil in caduta libera anche nei primi mesi di quest’anno. Nel primo trimestre 2012 è diminuito dell’1,4% rispetto allo stesso periodo del 2011, mentre è sceso dello 0,8% rispetto al trimestre precedente. È quanto emerge dai dati sui conti economici trimestrali pubblicati dall’Istat, secondo cui la domanda nazionale ha sottratto 1,2 punti percentuali alla crescita del Pil, di cui lo 0,6% per i consumi delle famiglie e lo 0,7% per gli investimenti fissi lordi. Mentre la spesa per la pubblica amministrazione ha contribuito positivamente per lo 0,1% e la domanda estera netta per lo 0,9%. A commentare questi dati per Ilsussidiario.net è Gianluca Femminis, Professore di Economia politica all’Università Cattolica di Milano.

Professor Femminis, quali sono i motivi per cui il Pil diminuisce?

Dobbiamo tenere conto del fatto che nel nostro Paese è stata messa in atto una manovra di politica economica piuttosto pesante che ha aumentato l’imposizione fiscale. Abbiamo già assistito a un incremento dell’Iva e ora stiamo iniziando a risentire della crescita delle imposte sul patrimonio, più precisamente su quello immobiliare attraverso l’Imu. La conseguenza è quella di ridurre il reddito disponibile e quindi la domanda.

A influenzare il Pil sono anche fattori esterni all’Italia?

Sì, in quanto è avvenuto un rallentamento, per fortuna modesto, della produzione manifatturiera in molte economie emergenti come la Cina. Questo va a incidere sulle esportazioni dell’area dell’euro rallentando la dinamica del nostro Pil. Infine, l’incertezza internazionale pesa anche sulla situazione italiana in quanto scoraggia gli investimenti.

La domanda legata alla spesa della pubblica amministrazione è l’unica ad aumentare. In tempi di austerity non è una contraddizione?

La spesa pubblica non si può ridurre immediatamente, ma occorre tempo. Siamo in attesa dei primi risultati sulla spending review e si vedrà quali effetti produrrà. Il taglio della spesa del resto era già stato annunciato dai governi precedenti e poi è stato congelato. È quindi evidente che una riduzione dei costi pubblici fosse difficile anche perché non esistono statistiche accurate e quindi è difficile sapere dove si va a incidere con i tagli.

Nel primo trimestre diminuiscono sia i consumi delle famiglie (-0,6%), sia gli investimenti fissi lordi (-0,7%)…

Anche questi dati sono in parte determinati dall’aumento dell’imposizione fiscale, soprattutto per quanto riguarda le famiglie. Le imprese risentono inoltre della diminuzione delle esportazioni e del peso dell’incertezza internazionale.

 

Secondo l’Istat però il contributo della domanda estera netta sul Pil cresce dello 0,9%…

 

La domanda estera netta è positiva perché si riducono le importazioni, che risentono della diminuzione di consumi e investimenti. Ritengo quindi che quello citato non sia un dato molto rilevante. Sia export sia import subiscono una contrazione, anche se nel secondo caso è più di rilievo, come risulta evidente dalle statistiche sulla domanda interna.

 

Perché il valore aggiunto diminuisce in industria e servizi ma aumenta nell’agricoltura?

 

Anche il dato sull’agricoltura non è particolarmente significativo, in quanto questo settore rappresenta una porzione molto piccola del nostro Pil e il suo andamento è molto volatile. Come è avvenuto nel 2008-2009, la recessione incide principalmente sul settore manifatturiero. Altri comparti come l’istruzione e la sanità sono invece molto poco soggetti alla congiuntura economica.

 

La soluzione per rilanciare il Pil è quella di diminuire le tasse?

 

Se fosse possibile, sarebbe sicuramente auspicabile. In questo momento però ne dubito fortemente, perché una diminuzione della pressione fiscale in Italia farebbe impazzire i mercati. Il nostro Paese è vincolato a un percorso che nel breve periodo induce non poche sofferenze. È significativo osservare qual è stata la reazione delle Borse all’apertura di una linea di credito da parte dell’Europa nei confronti delle banche spagnole.

 

In che senso?

 

In un primo momento la notizia è stata accolta molto bene, poi nel corso della mattinata questo ottimismo si è subito raffreddato. Lo si è visto soprattutto sulla Borsa e forse un po’ meno sullo spread. Siamo in una situazione in cui una riduzione della pressione fiscale produrrebbe degli effetti imprevedibili, proprio in quanto i mercati sono molto volatili e anche di fronte a una buona notizia tendono a reagire positivamente, ma poi subito a correggersi.

 

(Pietro Vernizzi)

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