INDUSTRIA/ Preti (Bocconi): imprese in crisi? Sono finanza e spread i veri problemi dell’economia

- int. Paolo Preti

PAOLO PRETI spiega perchè non è vero che l’industria italiana è in crisi: nuove aziende aprono. E al governo chiede un’operazione di verità su spread e finanza speculativa

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Allarme rosso per l’industria italiana. Tra nuovi disoccupati (474 mila) e cassintegrati a zero ore (201 mila), sono 675 mila i posti di lavoro persi nell’ultimo quinquennio. Almeno stando a quanto riportato dall’ultimo rapporto annuale della Cisl, che ritrae un settore decimato per effetto della crisi. Secondo il sindacato, infatti, dal primo trimestre 2007 si sono bruciati volumi produttivi pari al 20% del totale, ordinativi per il 17,5% e fatturati in termini correnti per il 4,5%. Mentre i disoccupati sono aumentati del 6,8%. I dati ritraggono un pessimo scenario tanto che il segretario Raffaele Bonanni ha parlato di un Paese che «sta deragliando». Ma Paolo Preti, direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi non è totalmente d’accordo e, nella bufera finanziaria, continua a vedere importanti fattori di tenuta nel tessuto produttivo italiano e al governo chiede un’operazione di onestà intellettuale su spread e agenzie di rating.

Secondo la Cisl, su un totale di 7 milioni di lavoratori dell’industria, in 5 anni, sono 675 mila (quasi il 10%) quelli che hanno smesso di lavorare per i tagli delle aziende e per la cassa integrazione. Un numero importante. Cosa ne pensa?

Per rispondere partirei da un dato che apparentemente non c’entra, ma che è, a mio parere, da tenere in stretto contatto: Unioncamere ha stimato che tra aprile e giugno 2012 sono state di più le imprese nate di quelle che hanno chiuso (31mila, con 103mila nuove aperture e 72mila cessazioni, ndr). Tra l’altro, la maggior parte delle aziende che hanno aperto sono società di capitali (18mila, ndr) e non società di persone.

Cosa significa?

Che il dato di autoccupazione, ossia il caso di chi, licenziato, decide di aprire una sua attività, è presente ma inferiore rispetto alle aspettative. Questo mi sembra un dato da tenere in stretto rapporto, perché se il sindacato pone l’accento sulla diminuzione dei posti di lavoro, altri lo pongono sull’apertura delle imprese. E nuove imprese che aprono sono posti di lavoro creati. Non c’è uno stretto rapporto, ma, come sempre, ai dati negativi è importante affiancare quelli positivi che pure esistono e che, almeno in parte, suggeriscono un’alternativa alla disoccupazione. Poi, come al solito, credo che i posti di lavoro persi siano soprattutto all’interno di grandi e medie imprese. Mentre la piccola più facilmente mantiene e in alcuni casi, purtroppo rari, incrementa l’occupazione.

Eppure un calo del 20% nella produzione e del 17% negli ordinativi è un dato significativo. Senza considerare singoli e le famiglie senza lavoro. Non trova?

Certo. Io non ho elementi per dubitare della veridicità di questi dati. Ma dico anche che se davvero un quinto dell’Italia (il 20% di produzione in meno, appunto) “non funzionasse” ci troveremmo in una situazione decisamente più critica di quella attuale. E io, nell’economia reale, dati così preoccupanti non li vedo. Sono piuttosto l’economia internazionale, l’Europa dell’euro e degli spread le cose che preoccupano sul serio. Detto questo, non arrivo a mettere in dubbio i dati della Cisl.

E i problemi che vengono dall’Europa e dalla finanza che effetti hanno sul mondo dell’industria?

Rispetto al momento finanziario attuale, con la speculazione finanziaria che attacca l’euro, alla sua domanda rispondo: non peggio di due o tre mesi fa. Non vedo elementi a livello di economia reale più negativi per le imprese rispetto a qualche mese fa. Mentre invece rispetto a finanza, borse ed economia internazionale, stiamo tornando ai livelli peggiori del novembre dello scorso anno, che non a caso fecero cadere un governo.

Cosa chiederebbe governo oggi?

Al governo chiederei, al di là di particolari provvedimenti, un’operazione di onestà intellettuale. Perché viviamo con uno spread che è tornato ben sopra i 500 punti base e occorre sapere se è un problema legato alla politica nazionale o se piuttosto è dovuto a qualcosa che dipende dai mercati internazionali. Solo così sarà possibile dare il giusto peso ai giudizi delle agenzie di rating.

 

(Matteo Rigamonti)

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