FINANZA/ 1. Gotti Tedeschi: altro che economisti, contro la crisi servono buoni preti

In questa intervista a tutto campo, ETTORE GOTTI TEDESCHI ci parla di come l’Italia può lasciarsi la crisi alle spalle, ricordando quanto non contino solo le ricette economiche

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Patrimoniale e debito, economia ed Europa, crisi economica come crisi demografica: «Come fa a crescere l’economia di un Paese se non cresce la popolazione?». Di questo e altro Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, parla in questa intervista a ilsussidiario.net, anche in virtù del contributo che ha dato alla stesura dell’enciclica Caritas in Veritate. E, proprio in linea con la grande enciclica sociale di Benedetto XVI, lancia una provocazione: «Dobbiamo tornare alle basi, non solo dell’economia, ma anche della Dottrina cristiana. Più che di buoni economisti, abbiamo bisogno di buoni preti che tornino a insegnare il senso della vita e delle azioni umane». Sì, perché se nell’economia e nel lavoro l’agire dell’uomo non ha un significato, succedono disastri, come la crisi economica che stiamo attraversando; che, appunto, solo crisi economica non è.

Professor Gotti Tedeschi, lei ha recentemente scritto che la patrimoniale è una pessima idea. Perché tale imposta va scoraggiata?

Da molte parti si chiede, e si promette, una patrimoniale con l’obiettivo di ridurre così il debito pubblico. Vediamo di spiegarne il significato. Per semplificare diciamo che il debito pubblico italiano sia 2000 miliardi di euro e il Pil sia 1600 miliardi (debito/Pil=125%). Per ridurlo una tantum in modo percepibile e consistente e non solo illusionistico (si ricordi che per i criteri di Maastrich il debito/Pil dovrebbe essere 60%), diciamo di un 20% (cioè pari a 400 miliardi, portandolo in tal modo a un rapporto debito/Pil=100%), si dovrebbe gravare il valore totale degli immobili di proprietà delle famiglie italiane di circa un 10% (si stima detto valore immobiliare in circa 4-5000 miliardi). Ora, supponendo che gli immobili delle famiglie meno abbienti valgano il 50%, l’altro 50% delle famiglie “più ricche” dovrà esser tassato in qualche modo del 20% una tantum. Impensabile. Senza ridurre il debito si può tentare di ridurne il costo azzerando i tassi di interesse che gravano sul debito. Ma ciò deforma il mercato, penalizza il risparmio, lo invoglia a cercare investimenti a rischio.

E poi?

Inoltre, si tenga conto che una patrimoniale sottrarrebbe risorse tassabili nei tempi successivi, ampliando il deficit futuro diminuendo la base tassabile. Non solo: ridurrebbe le risorse per investimenti privati e consumi delle famiglie. Creerebbe un effetto sfiducia che provocherebbe fuga di capitali, sottrarrebbe risorse alla raccolta bancaria necessarie al credito riducendo la base monetaria, scoraggerebbe gli investimenti stranieri, produrrebbe ingiustizia colpendo chi è trasparente. Ma, soprattutto, dimostrerebbe la mancanza di capacità progettuale, idee, iniziative, di chi la promuove.

E allora perché si discute di patrimoniale?

La vera domanda sta in quella originale: perché si deve ridurre il debito pubblico? Perché è alto? Certo è alto, ma abbiamo tentato di spiegare più volte che il debito che si deve considerare per questa valutazione non è solo il debito pubblico; è invece è il debito totale di un sistema economico, di un Paese. Questo debito totale è fatto di quattro debiti: quello pubblico, quello privato delle famiglie, quello delle imprese, quello delle banche. Dobbiamo ragionare in questi termini perché se, come sta succedendo, in una situazione di crisi straordinaria i debiti privati delle famiglie e delle imprese non vengono pagati, diventano in tempi più o meno brevi debiti delle banche, che per non esser lasciate fallire diventano debito di Stato, vero prestatore di ultima istanza. Come è successo in Usa dal 2008, dove le famiglie non han pagato mutui e carte di credito, le banche son saltate e lo Stato per salvare le banche ha di fatto “nazionalizzato” il debito privato trasformandolo in pubblico.

 

E da questo punto di vista come sta il nostro Paese?

 

Se sommiamo questi quattro debiti vediamo che il nostro Paese sta molto meglio degli altri: è solo un po’ più alto della Germania, ma inferiore a Francia, Uk, ecc. Ogni Paese ha finanziato la falsa crescita a debito “a modo suo”, con il debito delle imprese, delle famiglie o delle banche, noi con quello pubblico, ma alla fine in una crisi di questa dimensione e origine, tutto diventa debito pubblico, che si voglia o no. Ma allora è sbagliato voler ridurre solo il debito pubblico: si faccia un piano per ridurre l’intero debito dei sistemi economici, altrimenti non si riequilibra lo stato dell’economia e il rischio rimane.

 

Perché quindi, sempre come lei stesso ha scritto, chi vuole la patrimoniale non vuole sviluppo economico, ma vuole invece flettere ancor di più l’economia del Paese?

 

Le risposte sono varie ed in parte già spiegate: perché la patrimoniale servirebbe a diminuire il debito permettendo la tentazione di fare nuove spese pubbliche o mantenere l’inefficienza; non servirebbe a supportare una strategia di crescita del Pil. Lei ha letto in qualche progetto o agenda una strategia di crescita Pil sostenibile? Perciò una patrimoniale oggi, nelle attuali condizioni, sprecherebbe solo le poche risorse preziose che il nostro Paese ha.

 

Ovvero?

 

Il risparmio e le Piccole medie imprese. Distruggerebbe risparmio (che è il nostro petrolio) e non supporterebbe lo sviluppo del Pil. Questo si può ottenere solo aiutando la ricapitalizzazione e facendo crescere le nostre Pmi, quelle che hanno progetti di crescita, quelle che hanno vantaggi competitivi nel mondo, quelle che mancano però di capitali, di credito, di dimensioni. Ma sono queste che rappresentano il famoso denominatore che può far diminuire il rapporto debito/Pil, ma non solo: sono quelle che faranno diminuire nel tempo anche il debito (in valore assoluto) perché creeranno vera ricchezza, perché pagheranno imposte, perché faranno investimenti che creeranno nuova occupazione, nuovi consumi e, persino, nuove tasse.

 

Quale idea alternativa perciò?

Si pensi se invece di progettare una patrimoniale si pensasse, come ho più volte scritto (vedasi anche Corriere della Sera 10 maggio 2012), a una raccolta adeguatamente “stimolata” (più o meno equivalente alla patrimoniale) di capitale privato da parte di un’istituzione governativa (tipo Cassa depositi e prestiti) da investire (con un obbligazionario convertibile a 10anni) nelle 50mila medie imprese che possono produrre crescita Pil, occupazione, ecc. Ma questo capitale raccolto, garantito, investito su un tempo medio di dieci anni, rappresenta non solo il sostegno alla crescita del Pil, ma persino la salvaguardia del risparmio degli italiani. Come si pensa infatti di poter preservare il risparmio se la nostra economia non cresce e non si crea ricchezza?

 

Più che la crescita economica, la preoccupazione per il pareggio di bilancio ha fatto crescere sensibilmente la pressione fiscale. Cosa pensa della modalità con la quale i governi che si sono susseguiti in questi ultimi anni hanno fatto fronte alla crisi economica?

 

Nei dibattiti si sente solo rinfacciare responsabilità varie su chi ha creato debito pubblico. Se è stato il governo in carica o quello precedente, senza mai sentire discutere quale situazione si stava fronteggiando al momento, con quali decisioni o azioni intraprese. Ci sono quattro fasi cruciali che spiegano com’è stata prodotta la nostra situazione economica e il debito pubblico: la prima dagli anni ‘80 al 1995; la seconda durante gli anni della grandi scelte per entrare nell’euro, le privatizzazioni ecc.; la terza negli anni della crescita economica a debito, più o meno, dal 2000 al 2008; la quarta allo scoppio della crisi e la gestione della stessa. Lei l’ha mai sentita?

 

Cosa dovrebbe fare, in modo prioritario, il nuovo esecutivo per avviare una politica reale di sviluppo economico del Paese?

 

Non essendo un esecutivo “tecnico”, dovrebbe prendere “tecnici” veri e non accademici, per farsi spiegare contesti, scenari di decisioni possibili e conseguenze, prima di prendere decisioni importanti.

 

Come possiamo rendere la nostra economia e il nostro mercato più attraenti per gli investitori stranieri?

 

Non basta: dobbiamo riuscire a render attraente l’investimento straniero cercando di controllare i progetti all’interno del Paese per controllare l’occupazione e l’uso delle risorse stesse. Per far ciò necessitiamo di progetti gestiti da strutture nostre. L’Italia è un Paese attraente di per sé in tante aree, si pensi a turismo, alimentare, moda, ma anche meccanica e tanti segmenti meno conosciuti del genio italico. Il Paese per attrarre i capitali di rischio, che oggi provengono sostanzialmente da Fondi sovrani, deve saper presentare progetti di valorizzazione, non solo attività interessanti su cui investire (altrimenti equivarrebbe all’investimento in commodities in un Paese emergente). Deve poi garantire stabilità di governo, credibilità dei proponenti il progetto stesso.

 

L’Europa e il sistema Euro non sono più simbolo di prosperità economica. Lei ha più volte sostenuto non solo per ragioni prettamente economiche…

Come dice Benedetto XVI in Caritas in Veritate, scelte morali hanno impatto economico e scelte economiche hanno impatto morale. Io sostengo, invano ohimè, da molti anni la tesi demografica, fondamento di spiegazione della crisi economica in corso. Vedo che recentemente molti economisti, un tempo scettici, cominciano a darmi ragione. Le leggi economiche non possono prescindere da quelle naturali. Peraltro, a conforto mio e di altri, ripropongo la seguente domanda: “Come fa a crescere il Pil reale in un Paese come l’Italia, che compete nel mondo globale, in modo sostenibile, se non cresce la popolazione, anzi decresce?”. Provi lei a rispondere senza lasciarsi trarre in inganno dalle trappole statistiche.

 

A proposito di nuove generazioni, in Italia oltre il 37% dei giovani è senza lavoro e sono 2,2 milioni, quasi il 23,5 %, coloro che non studiano e non lavorano. Secondo un recente studio Eurofound, questo esercito inoperoso di giovani ipoteca, oltre al proprio futuro, circa 26 miliardi di euro l’anno pari al 1,7% del Pil. Non sono proprio i numeri abnormi della “questione giovanile” a mettere a nudo il deficit culturale italiano? Cosa si può fare per rispondere a questo dramma di cui in piena campagna elettorale nessun partito parla?

 

Ci sono più risposte-proposte a questa domanda. Anzitutto, il lavoro sta cambiando e facciamo finta di non capirlo. Con la globalizzazione accelerata si è creato un nuovo ordine economico mondiale che cambia il lavoro umano. Il lavoro è dove si crea. Il lavoro è influenzato dalle tecnologie. Il lavoro si trasforma nel contenuto, ecc. Il tema è ampio e complesso, ma credo bastino queste tre sole riflessioni per capire. Eppure noi siamo ancora influenzati da vari tipi di educazione: scolastica, culturale, ambientale, familiare, politica… sbagliate.

 

Luigi Einaudi sosteneva che la soluzione a un problema economico non è di natura economica. Il dibattito in seno all’economia non è oggi un po’ sterile e impersonale?

 

Come ha detto il nostro grande papa Benedetto XVI, non solo la soluzione di un problema economico non è di natura economica, ma neppure l’origine di un problema economico è di natura economica. Il difetto dei politici-economisti che hanno responsabilità di governo spesso sta nel confondere fini e mezzi. L’economia e la finanza sono mezzi, solo mezzi. Per aver successo nella loro applicazione hanno bisogno di fini. Di veri fini. Se non c’è un fine il mezzo a cosa è indirizzato? A che serve? Se è l’uomo il fine, la persona, a che servono i mezzi? Ma cosa è l’uomo? Un animale intelligente da soddisfare, come è stato fatto finora (con il modello di crescita consumistica forzata), solo corporalmente e materialmente? O è creatura, figlio di Dio, che ha necessità di avere tre nutrizioni: certo quella corporale, ma anche quella intellettuale e poi quella spirituale. Il dibattito in seno all’economia oggi, caro Sabella, è assolutamente sterile, non solo un po’… Dobbiamo tornare alle basi, non solo dell’economia, ma anche della dottrina cristiana. E concludo con una provocazione forte: più che di buoni economisti, abbiamo bisogno di buoni preti che tornino a insegnare il senso della vita e delle azioni umane. Così si risolveranno le crisi varie…

 

(Giuseppe Sabella)

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