FINANZA/ Pelanda: le elezioni “affossano” l’Italia (e la Germania)

- Carlo Pelanda

CARLO PELANDA spiega perché, considerando l’interdipendenza delle economie europee, non è pensabile che i singoli Stati siano in grado di uscire da soli dalla crisi

Bce_Euro_EsternoOKR439
Infophoto

Sul piano politico l’Ue è ancora poco integrata, ma su quello economico lo è tantissimo. I dati della seconda parte del 2012 mostrano come la crisi recessiva di Italia, Spagna, Grecia, ecc., abbia colpito duramente anche la Germania, mandandola in recessione nell’ultimo trimestre (con un previsione di crescita solo dello 0,4% nel 2013).

In parte, la stagnazione è dovuta a una contrazione dell’export per la minore domanda globale, ma in parte maggiore pesa la contrazione del mercato continentale. L’industria tedesca vende di meno a sud, per esempio automobili, e le aziende italiane vendono meno componenti per le auto tedesche: questa l’immagine di una spirale recessiva tra aree economiche interdipendenti. Tali evidenze sementiscono l’idea che, sul piano (geo)economico, vi siano un’Europa meridionale e una settentrionale nettamente separabili: c’è ormai un solo mercato che soffre tutto se alcune sue parti vanno in crisi.

Ciò è un’ovvietà, ma va sottolineata, perché le crisi nazionali sono state viste come un problema delle nazioni, per loro difetto, che andava risolto dalle nazioni stesse e non dal sistema europeo. I dati mostrano che tale modo di pensare, espresso da Germania, Olanda, Finlandia, ecc., è un errore che ora è ricaduto anche su di loro. Ma c’è un problema in più: i modelli economici delle principali nazioni dell’Eurozona – Francia, Italia e Germania che insieme formano più del 70% del Pil dell’area – tendono a comprimere strutturalmente la crescita per eccesso di vincoli al mercato e costi fiscali.

L’Ocse fa un proiezione impressionante al riguardo della Germania: nel futuro tornerà a essere il grande malato d’Europa, come lo fu negli anni ’90, perché le riforme di efficienza del 2000 non sono state continuate e ciò deprimerà gli investimenti (già ora fermi). Significa che se l’Italia, per miracolo, facesse le riforme pro-crescita poi si troverebbe trainata verso il basso dalla stagnazione endemica tedesca, e da quella francese. E viceversa. L’aumento dell’export verso il mercato globale, possibile per i sistemi industriali tedesco e italiano e meno per quello francese, non potrebbe bilanciare la stagnazione europea.

Per questo motivo o si forma un unico governo dell’economia europea, orientato da partiti nazionali che convergono in proposte di raggio continentale oppure il mercato europeo non funzionerà. In quest’ottica i contenuti dell’attuale campagna elettorale in Italia, in avvio in Germania e da poco conclusa in Francia, appaiono pericolosamente inadeguati per deficit di visione europea.

 

www.carlopelanda.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori