IL CASO/ Sapelli: mamma li turchi, possono salvare l’Italia

- Giulio Sapelli

La Turchia, spiega GIULIO SAPELLI, è riuscita ad aumentare i posti di lavoro, a renderli più stabili e a rilanciare le proprie pmi ignorando le ricette del Fmi e quelle nordamericane

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Ali Babacan è il Vicepresidente del consiglio turco. È intervenuto a Davos nel recentissimo World Economic Forum nel corso di uno dei tanti seminari di cui lo svizzero appuntamento dei Vip dell’economia e della politica economica internazionale è costellato. Solo Il Corriere della Sera, e gliene va dato atto, ha riportato la sensazionale novità contenuta nelle sue dichiarazioni. Novità che non sono state riportate da nessun giornale internazionale, neppure dal mio prediletto Financial Times e che anche sulla tanto decantata rete non si ritrovano.

Di che si tratta? Babacan ha sottolineato come la disoccupazione in Turchia sia diminuita potentemente, anche se ancora con rilevantissime differenziazioni territoriali, grazie innanzitutto all’ondata di investimenti nazionali e stranieri che si è riversata nel Paese. Basse tasse e poca burocrazia, oltreché una potente spinta demografica, sono alla base di tali investimenti, a riprova della vecchia, ma sempre nuova, tesi di Kalecki che non è il profitto che fa l’investimento ma è l’investimento che fa il profitto.

Ma vi è un’altra ragione dell’aumento dell’occupazione, e risiede nel fatto che il governo del moderatamente islamico Erdogan si è finalmente spazientito e non ha dato retta alle ricette del Fondo monetario internazionale sulle cosiddette riforme del mercato del lavoro. Anzi, ha fatto tutto l’opposto. Ha sia abolito, sia scoraggiato i famigerati contratti a tempo determinato, flessibili, insicuri che tanto fanno fremere sia la sinistra, sia la destra in tutto il mondo. Ha fatto il contrario, ha favorito l’assunzione per apprendistato e ha emanato tutta una serie di provvedimenti grazie a cui gli imprenditori sono invogliati ad assumere lavoratori con contratti tendenzialmente stabili grazie al massiccio sostegno che lo Stato offre alle imprese che adottano contratti di questo tipo: lo Stato paga i contributi, parte dei salari, e così facendo contribuisce sia all’eliminazione del lavoro nero, sia alla stabilizzazione e alla fidelizzazione del lavoratore nell’impresa.

Gli effetti si sono fatti sentire anche in merito alla produttività del lavoro e questo per la nuova industria piccola e media turca, che si sta impetuosamente sviluppando a fianco delle storiche imprese di stato ataturkiane, è cosa da tenere in gran conto. Insomma, la Turchia cresce con il lavoro disubbidendo al pensiero unico europeo e nordamericano per cui più flessibilità sul mercato del lavoro vuol dire più occupazione.

Il governo turco, che non a caso è un governo islamico, ossia impregnato di una religione del Libro per cui il lavoro non deve essere merce e alla persona bisogna dare sicurezza e cura, indica all’Occidente secolarizzato neoclassico una delle vie per uscire dalla crisi. Il Vangelo del resto parla chiaro, con la Parabola dei lavoratori che ottengono la stessa mercede quale che sia l’ora in cui si presentano al lavoro, nonostante l’invidia dei più e i biasimi individualistici.

Questo piccolo episodio, che è tuttavia importantissimo, si inserisce del resto nel grande cambiamento in atto nell’industria mondiale. Anche qui, come sempre, a segnare il punto sono gli Usa. Le multinazionali nordamericane abbandonano le strategie dell’outsourcing e della delocalizzazione e stanno pian piano riportando a casa gli impianti che non producono per i mercati locali. Quelli che erano stati delocalizzati solo sulla base del basso costo del lavoro stanno rilocalizzando. Ci si accorge, guarda un po’, che i salari in Cina, India, Malesia, ecc. stanno crescendo a dismisura. Noi che abbiamo studiato sopra i libri di Pasinetti eravamo certi che questo sarebbe successo, perché sappiamo che tra aumento della produttività e aumento dei salari c’è un rapporto direttamente proporzionale. Per il manager educato all’astratta stupidità neoclassica delle Business Schools, questo invece è motivo di sorpresa, come per molti altri protagonisti delle vicende economiche mondiali, piccoli o grandi che essi siano. Quindi si torna a casa, si torna non a spinoffare, ma a internalizzare, si torna a integrare verticalmente e non a disintermediare a spezzatino. Questo non potrà che accentuare una tendenziale indipendenza dell’economia reale dalla finanza a eccesso di rischio.

Buone notizie, dunque: da Istanbul, da Shangai, da Manila, da Detroit, e, forse, anche da Siena.

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