CREDITI IMPRESE/ “L’asso” dello Stato per rimborsarli

- int. Paolo Preti

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, propone una terapia d’urto da attuare nei primi 90 giorni del nuovo governo per rilanciare la nostra economia. Il commento di PAOLO PRETI

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Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, propone una terapia d’urto da attuare nei primi 90 giorni del nuovo governo per rilanciare la nostra economia. Al primo punto il programma degli industriali prevede il rimborso di 48 miliardi di euro di debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese italiane. In questo modo si stima che nell’arco di tre anni si attiveranno 10,2 miliardi di euro di investimenti. Ilsussidiario.net ha intervistato il professor Paolo Preti, direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi.

Come valuta la terapia d’urto proposta da Squinzi?

Questa proposta va nella giusta direzione, in quanto a oggi il principale problema delle imprese, ancora più dei mancati ricavi, è proprio il capitolo dei crediti nei confronti della Pubblica amministrazione che qualcuno misura addirittura in 150 miliardi di euro. In questa somma rientrano i debiti complessivi dell’intera Pa, quindi Stato, Regioni, Province, Comuni e società partecipate. Il tema dei rimborsi è sicuramente centrale, il problema è come si possa realizzarlo per dare liquidità alle imprese in un momento difficile come quello attuale.

Secondo lei, qual è la modalità giusta per pagare i debiti verso le imprese?

L’unica soluzione che ritengo positiva consiste nel passare attraverso la Cassa depositi e prestiti. Occorrerà però valutare se quest’ultima abbia liquidità per cifre del valore di 48 miliardi di euro. Ma a prescindere dall’entità della somma complessiva, in questo modo cambierebbe l’immagine del debito dell’Italia nei confronti dell’Europa. I conti della Cassa depositi e prestiti non sono considerati come costi inerenti la Pubblica amministrazione. La Cassa è infatti formalmente fuori dal bilancio dello Stato, e quindi se fa operazioni in deficit ciò non va ad aumentare automaticamente il debito pubblico.

Che cosa ne direbbero i tedeschi se adottassimo questo escamotage?

Il punto è che si tratta esattamente dell’escamotage adottato negli ultimi anni dalla Germania, che si è avvalsa della Kfw, equivalente della nostra Cassa depositi e prestiti. La Kfw è un ente pubblico, ma non va ad aggravare la contabilità economica nazionale. I conti reali dello Stato tedesco sono peggiori di quanto sembra, perché l’intervento a supporto dell’economia delle imprese è spesso attuato attraverso la Kfw che, attraverso quello che è puramente un artificio contabile, sfugge dalla contabilità pubblica.

Può fare un esempio?

Poniamo che io stia considerando i conti di una famiglia. Se gli investimenti per acquistare casa sono fatti con il conto corrente del cugino, che è parente della famiglia ma non appartiene al suo nucleo, apparentemente i costi sono sostenuti dal cugino che è al di fuori della contabilità.

 

La sostanza però resta che si contrae un debito…

 

Un bel dibattito tra Italia e Germania negli ultimi anni ha riguardato esattamente queste modalità diverse di affrontare i problemi. Ed è anche questa differenza, insieme a uno stato di salute diverso delle rispettive economie reali, a fare sì che in Italia tra il 2009 e il 2012 i tempi di pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione sono aumentati da 128 a 180, mentre in Germania sono scesi da 40 a 36.

 

In Spagna nel frattempo Rajoy ha alzato il debito pubblico dal 69,3% all’83,5% del Pil per pagare i debiti alle imprese e mostrare un Fisco dal volto umano. Cosa ne pensa?

 

Si tratta di strategie oggettivamente diverse. Il governo italiano ha promesso all’Ue il pareggio di bilancio nel 2013, e una volta che si è preso un impegno è bene mantenerlo. Se ci riusciremo saremo i primi in Europa, anche se alla fine dell’anno bisognerà vedere quali saranno stati i costi: potremmo trovarci con migliaia di imprese morte e un tasso di disoccupazione in crescita. La strategia spagnola, al contrario, è stata quella di non ottemperare le richieste europee, e di conseguenza aumentare il debito, facendone però una leva per sostenere le imprese e far partire la crescita. Soltanto con il senno di poi potremo giudicare quale delle due strategie sia stata quella giusta.

 

Gli effetti dell’austerity nel breve periodo non sono stati certo propizi…

 

Comprendo che rimettere in ordine i conti pubblici non significa garantire l’occupazione e la salute delle imprese private. Non sarei però sicuro che se anche l’Italia aumentasse il debito pubblico, come si sta facendo in Spagna, poi le risorse recuperate da investimenti pubblici andrebbero a sostegno dell’economia reale. Ci sono troppe fonti di spreco nel nostro Paese. Sarei più tranquillo se si tagliassero le spese improduttive della burocrazia, piuttosto che aumentare il debito pubblico e dare risorse alle imprese.

 

(Pietro Vernizzi)







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