CREDITI IMPRESE/ Ecco il vero “freno” al decreto del governo

- int. Luca Erzegovesi

Quando cerchiamo di abbattere il debito della Pubblica Amministrazione, dice LUCA ERZEGOVESI, i meccanismi di limitazione del deficit scattano e diventa impossibile trovare una soluzione

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Sono oltre 15 mila le imprese italiane che dall’inizio della crisi alla fine del 2012 sono fallite a causa dei ritardi dei pagamenti (a fronte di oltre 52.500 fallimenti registratisi in Italia nel quinquennio). È il desolante quadro tracciato dalla CGIA di Mestre, che va oltre, ipotizzando anche il numero di lavoro persi: 60 mila. Ovviamente i pagamenti non si riferiscono solo a quelli della Pubblica Amministrazione, anche se come sottolineato da più parti pesano come un macigno sulle attività delle imprese, ma anche a quelli di altre aziende. Come si è arrivati a questo punto? E come si può fermare questa escalation di chiusure? Ilsussidiario.net l’ha chiesto a Luca Erzegovesi, docente di Economia degli intermediari finanziari dell’Università di Trento.

Qual è il suo commento ai dati della CGIA di Mestre?

Va premesso che la crescita delle situazioni di crisi aziendali e di fallimenti è una conseguenza di una crisi che ovviamente ha anche delle origini nella recessione prolungata, quindi è un fatto che non è solo da imputare a questi sistematici ritardi della Pubblica amministrazione nel pagare i suoi debiti verso i fornitori. Stiamo osservando un prolungato periodo di debolezza del quadro economico dove purtroppo queste patologie sono su livelli alti, rispetto a quella che è la media storica. In questo quadro i ritardati pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione sono la causa ultima, scatenante di una mancanza di liquidità da parte dell’impresa, dell’impossibilità a pagare a sua volta dipendenti e fornitori e a rimborsare i debiti verso le banche che può portare l’impresa al dissesto. Doveva già essere stato definito il testo del decreto sui debiti commerciali della Pubblica Amministrazione, ma c’è stato uno slittamento.

Si proponeva dell’aumento dell’addizione Irpef, pensa sia una soluzione percorribile?

Questo imbarazzo da parte del Governo nel prendere delle misure efficaci per abbattere questo stock di debito la dice lunga. Questo debito nei confronti delle imprese è il tentativo di convivere con le regole di Maastricht, il rispetto dei limiti al deficit controllato, soprattutto come deficit di cassa (una limitazione alla spesa per cassa da parte delle pubbliche amministrazioni). Si faceva affidamento sul credito di fornitura come una valvola di sfogo per eludere i limiti al deficit imposti dalle regole europee.

Cosa vuole dire?

Se non si fosse agito così, era impossibile realizzare interventi che non sarebbero mai passati sotto le forche caudine dei limiti al deficit della Pubblica amministrazione. Adesso si prende atto del fatto che questo ammortizzatore, questa valvola di sfogo è stata usata in misura assolutamente debordante, esagerata, inaccettabile con un impatto devastante. Solo che quando noi cerchiamo di abbattere questa montagna del debito della Pubblica Amministrazione, i meccanismi di limitazione del deficit che l’hanno creata scattano e fanno sì che questi, sia pur lodevoli e ben intenzionati, tentativi di pagare le imprese si scontrino contro i limiti ragionieristici che sono ancora stringenti e operanti.

 

Cosa è accaduto?

In un primo momento sembrava che anche l’atteggiamento da parte di Bruxelles fosse più condiscendente, sembrava avesse capito che l’Italia deve affrontare e risolvere la situazione. Però quando si è passati a programmare un piano di pagamento per rimborsare 20 miliardi nel 2013 e si sono fatti i conti sull’impatto che questo avrebbe in base ai parametri europei, i conti non sono tornati e allora si è fatto un passo indietro. Così, poi, vengono fuori queste proposte, però bisogna capire quanto potrebbero pesare. Gli esponenti governativi già in parte hanno sfumato, smentito che sarà semplicemente una partita di giro, tant’è che hanno rinviato il Consiglio dei ministri.

 

Qual è la soluzione, dunque?

Bisogna trovare delle forme di compensazione, di copertura e alla fine il fatto che pagare questi debiti vada ad appesantire un saldo di cassa dell’Amministrazione pubblica costringe a ipotizzare anche di aumentare la pressione fiscale.

 

Secondo lei, quale sarebbe la misura giusta da adottare?

Penso che c’è una condizione che non può essere elusa: l’allentamento delle misure di austerità, il fatto di riconoscere che i limiti che hanno fatto scattare procedure di infrazione nei confronti dell’Italia devono essere allentati. Se si vuole ridurre un eccesso di debito e si vuole dire che i debiti verso i fornitori sono debiti a tutti gli effetti e si decide che questi vadano ridotti, rimborsati non sono molte le alternative: o li si sostituisce con altri debiti (vedi proposte fatte di emettere delle serie speciali di titoli di stato, con il cui ricavato si utilizza per poter rimborsare i debiti verso le imprese) oppure si deve finanziare questo con spesa aggiuntiva o con la riduzione dell’avanzo primario.

 

Cosa comporterebbe questa scelta?

Dobbiamo tenere ben presente che c’è una zona grigia, un periodo non breve nel quale dovremmo comunque convivere con questo grosso stock di debito.

 

Qual è il primo passo da fare?

Bisognerebbe intraprendere un percorso di rilevazione precisa, trasparente anche soltanto della quantità di questi impegni che la Pubblica amministrazione ha. Sentiamo delle stime che variano, che oscillano di 10-20 miliardi nello spazio di poche settimane a seconda che siano fatte dalla Confindustria, dalla Banca d’Italia o dal centro studi della Cgia di Mestre. E questo significa che la conoscenza di questo fenomeno è parziale, imprecisa. Nel quadro di un allentamento dei vincoli, l’altro grosso problema è mantenere un controllo sulla qualità della spesa.

 

Perché potrebbe essere un problema?

Se venisse attuato in maniera non controllata, in base a criteri equi applicati in maniera uniforme, avrebbe degli effetti redistributivi molto discutibili, per cui alcune aziende che hanno fatto forniture a piccole amministrazioni verrebbero favorite perché un particolare ente in un certo momento sblocca dei pagamenti e quindi va effettivamente a pagare, altri invece che aspettano da tanto tempo, perché sono nella coda sbagliata potrebbero essere pagati solo tra qualche mese.

 

Le imprese soffrono anche dei debiti non pagati da altre imprese, per esempio dai fornitori?

Sì in alcuni casi è semplicemente una ripercussione dello Stato che non paga, in quanto c’è tutta la catena di subfornitura. Per quello che riguarda invece i rapporti all’interno del settore privato, in Italia, c’è (anche se i dati su questo non ci consentono di trarre conclusioni univoche) una posizione di forza contrattuale che spesso consente alla medio grande impresa che si avvale abbondantemente del credito per lavorazioni in conto terzi oppure per subforniture, e quindi ritarda il pagamento dei suoi fornitori. Nel settore privato il recepimento della normativa europea sui ritardati pagamenti ha ostacolato molto dal punto di vista legale queste prassi. Da questo punto di vista, della tutela dei diritti del fornitore – contraente debole, nei rapporti tra privati la situazione generale dovrebbe essere migliorata a favore dei fornitori.

 

(Elena Pescucci)



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