IL CASO/ Sapelli: “svendite”, il primo test per il Governo Letta

- Giulio Sapelli

L’industria italiana, costituita in gran parte da quella a partecipazione statale, e le reti strategiche vanno tutelate, spiega GIULIO SAPELLI da ogni possibile colpo di mano

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Enrico Letta (Infophoto)

“East Coker” di T.S. Eliot è, nella circolarità filosofica dei “Four Quartet”, il poema dell’umiltà, della riconciliazione con il tempo e con l’attesa che porterà alla Nuova Vita. Certo, tutto è molto doloroso, occorre fare i conti con il passato: “E così eccomi qua, nel mezzo del cammin, dopo vent’anni…/ Vent’anni in gran parte sciupati, gli anni dell’entre deux guerres/ A cercar d’imparare l’uso delle parole, e ogni tentativo/ È un rifar tutto da capo, è una specie diversa di fallimento/ Perché si è imparato a servirsi bene delle parole/ Soltanto per quello che non si ha più da dire, o nel modo in cui/ Non si è più disposti a dirlo. E così ogni impresa/ È un cominciare di nuovo, un’incursione nel vago/ Con logori strumenti che peggiorano sempre/ Nella gran confusione dei sentimenti imprecisi,/ Squadre indisciplinate di emozioni. E quello che c’è da conquistare/ Con la forza e la sottomissione, è già stato scoperto/ Una volta o due, o parecchie volte, da uomini che non si può sperare/ Di emulare…” (T.S. Eliot “Quattro Quartetti”. Traduzione di Filippo Donini, Milano, Garzanti, 1959, p. 41).

Il nuovo governo di Enrico Letta e di Giorgio Napolitano è una svolta sottile e non roboante, ma decisiva. Nulla potrà più essere come prima. È un governo di pacificazione. È più di una tregua. Enrico Letta radunava in Trentino giovani sotto i quarant’anni senza distinzione ideologica. Enrico Letta era uno dei componenti più convinti di quell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà voluto da Giorgio Vittadini, che molti dei miei amici e io stesso abbiamo appoggiato senza riserve e con ardore e in cui abbiamo sperato. Non importa cosa si sia raccolto. L’essenziale è che si sia seminato e che non ci si odi più e non si cerchino più soluzioni giudiziarie, diffamatorie, extra-politiche, a problemi politici.

Certo: tutto sarà nuovo e mancheranno i grandi ricucitori della vicenda del potere. Non ci saranno più? Oppure, meglio, dovranno agire per interposta persona come alcune eclatanti nomine – da questo punto di vista, s intende – rendono evidenti? Ma tutto sarà diverso. Essenziale sarà il punto che si sceglierà per operare nella ritessitura del potere nelle imprese a partecipazione pubblica in cui il governo tramite i suoi ministeri nomina i vertici. Problema essenziale di quella scuola del goverment in cui Letta e i suoi giovani amici si esercitavano in Trentino e che ora, con dei non più giovani e dei suggeritori attenti e non troppo occulti, saranno chiamati ad affrontare direttamente.

Qui sarà il vero banco di prova. Competenza e affidabilità dirigenziale. Non stilettate mediatiche su infortuni giudiziari di un tempo e di un confronto che dobbiamo definitivamente lasciare alle nostre spalle. Certo: ci sarà sempre l’equilibrio tra le anime politico-partitiche del governo, non neghiamolo. Ma vi è modo e modo. Le partite in campo sono molte. Tutte si riassumono, però, nel ridare forza alla grande industria italiana: e quella a compartecipazione dello Stato è l’unica grande industria che ci rimane, oltre alla Fiat.

Non facciamo quindi i pierini della liberalizzazione se non ci sono reciprocità. Difendiamo l’integrità delle nostre reti strategiche e non solo con la golden share ma con una nuova politica industriale di difesa dei nostri grandi gruppi (rimasti) da colpi di mano di ogni genere. Dobbiamo ricostruire una presenza nella grande industria meccanica pesante a cominciare da quella della difesa che è un patrimonio umano, tecnologico, professionale e di valori morali inestimabile per il Paese. Cosi come quella energetica.

Essere nuovi implica la necessità di guardare con obbiettività al passato e valorizzare i meriti di coloro che hanno retto le prove più difficili di una crisi tremenda tenendo alto il nome dell’Italia in tutto il mondo. Non c’è solo la nobilissima moda e il mio godibilissimo alimentare: c’è l’industria, la grande industria o ciò che ne rimane ed è quella in cui lo Stato ci mette la faccia. Si sappiano, dunque, distinguere e premiare i meriti! E sono stati molti, tanti. E ciò non è scalfito da squallide operazioni demagogiche di ogni genere a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi.

Siamo tra i migliori al mondo in settori tecnologici avanzatissimi e questo perché nell’industria, nel lavoro vero, abbiamo selezionato, pur tra mille trabocchetti e insidie extraindustriali, dirigenti di altissimo livello che altri paesi ci invidiano. E naturalmente, me lo si lasci aggiungere, non si dimentichino le piccole imprese e le banche cooperative e popolari, vero tesoro da integrare e non da contrapporre con i colossi summenzionati e non da mortificare come si è fatto in questi ultimi anni. Insomma: un gran lavoro per tutti. E ci sarà da superare il passato, non da negarlo. Come in “East Coker”.

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