FINANZA/ Dal Governo un “doppio colpo” alle imprese

- int. Luigi Campiglio

Per LUIGI CAMPIGLIO, il compito dello Stato dovrebbe essere mettere a disposizione delle aziende più dinamiche i canali più idonei per arrivare sui mercati esteri, secondo il modello tedesco

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«Il compito dello Stato dovrebbe essere quello di mettere a disposizione delle aziende più dinamiche i canali più idonei per arrivare sui mercati esteri, secondo il modello di quanto compiuto in Germania dal dopoguerra a oggi». Lo afferma Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano. Secondo quanto risulta dai dati Istat, nel mese di settembre la produzione industriale nel nostro Paese è diminuita del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2013. Nella media del trimestre luglio-settembre, la produzione è diminuita dell’1,1% rispetto al trimestre precedente.

Qual è la situazione in cui si trovano le imprese italiane?

La diminuzione della produzione industriale rappresenta in primo luogo l’evidenza empirica del fatto che le imprese hanno difficoltà a vendere sia all’interno, sia in questa fase anche sui mercati esteri. Questa diminuzione registrata nel mese di settembre rappresenta e conferma il risultato negativo per il 2014. È una situazione molto delicata, perché tutti i settori registrano un calo. A preoccupare di questa situazione è il fatto che si tratta di una riduzione generalizzata, che riguarda tutti i settori come avviene tipicamente in una fase recessiva.

Per quali ragioni non si riesce ancora a vedere la fine del tunnel?

Le imprese diminuiscono la produzione perché non riescono a vendere né sul mercato interno, né su quelli esteri. Si possono ipotizzare due ragioni per questo stato di cose. La prima è che i mercati esteri in questi ultimi mesi sono diventati più instabili sotto molti punti di vista, ci sono fattori di perturbazione che influiscono globalmente sulla situazione produttiva delle aziende italiane. La seconda ragione è che la parte preponderante del Prodotto interno lordo, cioè la domanda di consumi interni delle famiglie, non riprende perché il reddito disponibile in termini reali continua a diminuire. A ciò si aggiunge inoltre il fatto che il livello della pressione fiscale sembra addirittura aumentare.

Fino a che punto il fatto che la produzione diminuisca è il segno di un reale impoverimento?

Dire che non sia il segno di un impoverimento significherebbe lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Nella realtà la diminuzione della produzione industriale è un segno di impoverimento dell’economia che va avanti da troppi anni. L’economia non è affatto satura di prodotti industriali, tant’è che tutti gli indicatori sulla povertà economica ci dicono esattamente il contrario, e cioè che quest’ultima sta aumentando a livelli mai visti prima d’ora.

La Legge di stabilità ha tagliato i fondi per l’export da 130 a 20 milioni. Come valuta questa scelta?

Quello che dovrebbe fare il settore pubblico è accompagnare sul piano delle risorse le piccole e medie imprese italiane, che sono più numerose di quelle di altri Paesi tra cui la stessa Germania. L’obiettivo dovrebbe essere quello di sostenerle sui mercati esteri in missioni a elevata specializzazione. Quella delle missioni estere è infatti una strada costosa, sostenibile da una grande impresa, ma non da una piccola o media. Il compito dello Stato non deve essere quindi quello di aiutare, bensì di mettere a disposizione delle aziende più dinamiche i canali più idonei per arrivare sui mercati esteri, riducendo in questo modo i costi a zero.

 

Nel frattempo che cosa stanno facendo i principali Paesi europei?

La Germania ha una tradizione di sostegno alle imprese che esportano che è molto forte e consolidata. Dalla Seconda guerra mondiale in poi è stata creata una struttura governativa che supporta le piccole e medie imprese tedesche in tutto il mondo, sul piano sia dei finanziamenti che delle esportazioni. La Germania vive di export e prende molto sul serio la necessità delle Pmi di avere strutture adeguate alle loro esigenze pur avendo risorse più limitate delle grandi imprese.

 

(Pietro Vernizzi)

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