LA STORIA/ Il “tesoro” che fa guadagnare le aziende in tempi di crisi

- int. Franco Cappellini

I prodotti del Made in Italy sono una grande opportunità per tanti settori e per l’intero Paese. FRANCO CAPPELLINI ci ricorda le ragioni per cui si può uscire dalla crisi

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Un letto della Cornelio Cappellini

L’Istat ha confermato che l’Italia resta in recessione: nel terzo trimestre del 2014 il Pil è calato dello 0,1%. Non una doccia fredda, ma tiepida, perché annunciata, che però lascia in un brutto tepore, quello dell’incertezza. Eppure c’è chi non ha dubbi, nel 2015 la crescita dell’economia italiana ripartirà. Da dove? Dalle esportazioni. L’export, d’altra parte, è ciò che ha trainato il Pil di Portogallo, Grecia, Spagna e Irlanda (i cosiddetti Pigs), che nel 2014 è tornato a crescere. E anche l’export italiano continua a dare segnali positivi (+4,1% a settembre rispetto al mese precedente). Senza contare che nei mercati emergenti i prodotti del Made in Italy, dei beni del “Bello e Ben Fatto” (BBF), come li ha chiamati uno studio del Centro Studi di Confindustria, trovano porte spalancate. Per dirla in altro modo, esiste un’enorme potenziale richiesta, ben al di là delle nostre frontiere, che pare essere ignorata dagli imprenditori nostrani. «È come avere in mano un tesoro e non sapere che farsene. Dobbiamo copiare chi ci ha copiato: prendere in mano quello che facciamo e capire che ha un valore, è come la Silicon Valley per l’innovazione tecnologica», dice a Ilsussidiario.net, Franco Cappellini, presidente della Cornelio Cappellini Srl, un’azienda di famiglia di Mariano Comense, che realizza arredamento di lusso e in tempo di crisi ha visto aumentare il fatturato ogni anno del 20% (quest’anno fattura circa 9 milioni di euro), rivolgendosi in particolare ai mercati russo, mediorientale e asiatico. Qual è il tesoro di cui parla? «Il valore assoluto del prodotto italiano e… la crisi». Franco Cappellini viaggia tanto, soprattutto in Medio Oriente e Asia, e «spesso mi capita di sentirmi dire: come fa un Paese come il suo ad andare male? Cosa dovrei rispondere secondo lei?».

Partiamo dalla sua azienda. Ora sta andando a gonfie vele, ma non è sempre stato così…

Fino al 2003 realizzavamo per lo più mobili classici, destinati soprattutto al mercato italiano (in particolare nel Sud Italia) e a quello americano, mercati che si stavano riducendo drasticamente. Così abbiamo deciso di cambiare completamente rotta, ci siamo concentrati su tecniche di costruzione e finitura d’altissima qualità che hanno avvicinato i nostri prodotti al settore moda e ci siamo rivolti ai mercati del lusso esteri. È stato un cambiamento drastico, senza il quale oggi non ci saremmo più.

Per lei non è retorico dire che la crisi può rappresentare un’opportunità…

Come ho sentito dire più volte in questi anni da Andrea Guerra ex Ad di Luxottica, la crisi c’è ed è pesante, ma mai come in questo momento il mondo ha offerto tante opportunità alle aziende italiane di sviluppo sui nuovi mercati.

E cosa bisogna fare?

Bisogna intercettare questi mercati, seguendo quello che fa la moda italiana. Ci sono mercati dove la moda e le macchine italiane hanno fatto da apripista e che rimangono per il settore legno-arredo ancora inesplorati. Penso al Qatar, al Medio Oriente che stanno dando dei fatturati importanti proprio perché ci si è creduto ormai da anni. Ma si può fare ancora moltissimo.

Ha da poco partecipato al Forum dell’innovazione organizzata da FederlegnoArredo. Com’è andata?

L’evento è stato molto incisivo, ricco e partecipato. Si sono toccati diversi aspetti dell’innovazione, ad esempio, l’uso di internet come piattaforma per le vendite, internet delle cose, le stampanti 3D, un’innovazione importante, soprattutto nella realizzazione di prototipi, che nell’arco di qualche anno probabilmente soppianterà almeno in parte i centri di lavoro a controllo numerico. È stata una giornata per me di rottura, che mi ha portato a riflettere.

 

Su cosa in particolare?

Il settore del mobile è abbastanza tradizionalista, il negozio e lo studio di architettura sono i due pilastri attraverso i quali avviene la vendita delle nostre produzioni. La diffusione dell’uso di internet significherà grandi cambiamenti e, per i prodotti di altissima gamma, dove la necessità di un servizio più personalizzato è forte, credo che il suo utilizzo arriverà più tardi o comunque dovrà essere diverso. Comunque ci aspettano grandi cambiamenti e opportunità.

 

Lei fa arredamento di lusso, cosa significa innovare per voi?

La nostra innovazione potrebbe essere percepita soprattutto come innovazione di prodotto, dal mobile classico al mobile di lusso più vicino al segmento moda. Per noi l’innovazione però è stata soprattutto la scelta di nuovi mercati. Quello che c’è al centro dell’attività della nostra azienda è la conquista di nuovi mercati.

 

Non molte aziende forse sono pronte a farlo…

Io giro molto nel mondo, e posso testimoniare che le imprese del nostro settore hanno una superiorità assoluta rispetto a quelle di qualunque altro Paese. Il nostro settore è come la Silicon Valley per l’innovazione tecnologica: abbiamo un patrimonio di conoscenze e competenze straordinario, impossibile da emulare.

 

Qual è il problema del mercato interno?

Innanzitutto va detto che la mancanza di giovinezza del mercato interno non dipende in modo assoluto dalla mancanza di strategia delle imprese di settore. Il problema non è il prodotto, che si evolverà certamente, ma in questo momento è il migliore. Il problema è di sistema, in una crisi diventata cronica. La gente è chiusa a riccio, ha paura di spendere. E senza fiducia il mercato non può muoversi. E poi c’è un problema di attrattività del Paese.

 

Cioè?

Pensi che gli italiani comprano abitazioni all’estero dieci volte tanto quanto gli stranieri le comprano in Italia: c’è una grande sfiducia verso il Paese. Io passo da Abu Dhabi, Dubai, Qatar, da molte città cinesi, da Hong Kong: tutte città attrattive per gli stranieri. Funzionano, sono ben raggiungibili e servite. E così le persone vi si recano da diverse parti del mondo. Questo in Italia non avviene: le città non sono un volano per attirare persone e capitali dall’estero. Perché le multinazionali non investono in Italia? Perché il nostro sistema è fragile e farraginoso. Questo è il problema principale che abbiamo: la mancanza di visione del ruolo che il nostro Paese può avere nello scacchiere mondiale.

 

Qual è questo ruolo? Cosa si dovrebbe fare?

Il ruolo è quello del Made in Italy. Occorre far diventare le aziende piccole medie, le medie grandi, le grandi multinazionali. Poi si può fare molto perché le città italiane diventino attrattive. Perché la gente deve andare a Dubai (luogo caldissimo) o a Londra (dove piove sempre)? Perché non dovrebbero venire in Italia? In questo senso manca una visione Paese.

 

Alla fine è questo che risponde a chi le chiede come fa il nostro Paese ad andare male?

Sì, ma poi io prendo la mia valigetta, parto e vado a portare i miei prodotti di Made in Italy nel mondo. Vado avanti e cerco di crescere. Questo è il contributo che posso dare al mio Paese in questo momento, oltre ovviamente a dare lavoro a dipendenti e fornitori. Vorrei avere tre vite per poter dare il mio contributo perché questo potenziale venga espresso. E fa male vedere la nostra sfiducia quando invece gli altri, spesso e volentieri, ci considerano superiori. È come avere in mano un tesoro e non sapere che fare. Noi dobbiamo copiare chi ci ha copiato: prendere in mano quello che facciamo e capire che ha un valore.

 

(Silvia Becciu)

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