ELECTROLUX/ Fortis: così l’Italia può respingere il “deserto” e l’allarme di Squinzi

Per MARCO FORTIS, i rischi per l’industria di cui parla Squinzi non sono un fatto che riguarda l’intero settore produttivo, ma solo i comparti a basso contenuto tecnologico

02.02.2014 - int. Marco Fortis
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Giorgio Squinzi (Infophoto)

«La desertificazione industriale di cui parla Squinzi non è un fatto che riguarda l’intero settore produttivo italiano, ma soltanto i comparti a basso contenuto tecnologico tra cui appunto le lavatrici e le lavastoviglie». È il commento del professor Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, alla lettera che il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha inviato al premier Enrico Letta, per chiedergli di dare risposte celeri al settore produttivo italiano dopo che la nuova vertenza Electrolux rischia di lasciare a casa alcune migliaia di operai.

Professor Fortis, ha ragione Squinzi a parlare di una desertificazione industriale in atto?

Il problema del rischio di desertificazione industriale è in questo momento fortemente concentrato sulle situazioni relative a grandi gruppi, italiani ed esteri, che operano in settori maturi e dal basso contenuto di tecnologia. In passato, tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni 2000, il rischio di uno spiazzamento della manifattura è stato affrontato soprattutto dai settori tradizionali delle Pmi e dai distretti industriali.

Oggi invece quali settori sono interessati da questo fenomeno?

Oggi questo fenomeno riguarda le grandi imprese con un basso tasso d’innovazione. Una lavastoviglie è un prodotto che non lavava bene i piatti 40 anni fa e non li lava bene oggi, e anche le lavatrici da un punto di vista tecnologico non hanno fatto grandi passi avanti. Al contrario un’automobile in 30 anni è cambiata completamente. L’auto è un prodotto maturo, ma ha incorporato una quantità gigantesca d’innovazione tecnologica. Il vero problema è quindi che occorre investire sull’innovazione, come ha fatto Whirlpool che ha chiuso in Svezia e potenziato le sue fasce ad alto valore aggiunto a Varese, dove sono presenti ingegneri italiani messi ventre a terra a produrre innovazione.

Quindi non tutti i settori sono a rischio?

Esattamente. L’Italia, per esempio, non corre un rischio di desertificazione industriale in settori come il lusso. La moda e i prodotti per la persona e la casa non sono a rischio di grandi perdite di posti di lavoro. La scrematura è già stata fatta e le aree di consolidamento in cui ci siamo mantenuti sono forti. Bulgari e Loro Piana possono anche delocalizzare, ma la produzione rimane in Italia perché i francesi acquistano questi marchi proprio per dimostrare ai cinesi che vendono prodotti Made in Italy.

Quali altri settori dell’industria italiana continuano a essere forti?

Una seconda tranche di manifattura italiana che ha risposto in modo straordinario alle sfide della globalizzazione è quella rappresentata da meccanica, chimica farmaceutica, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, come elicotteri e navi da crociera. Possono esserci problemi ciclici e congiunturali, ma si tratta di settori nei quali è tale il valore aggiunto e il tasso di innovazione del prodotto che il costo del lavoro non è un elemento discriminante.

 

Squinzi evidenzia la necessità di superare le rigidità nel mercato del lavoro. Lei che cosa ne pensa?

Ridurre il cuneo fiscale e nello stesso tempo abbassare i salari permetterebbe di trattenere l’azienda, ma quello che prenderebbe in busta paga il lavoratore rimarrebbe comunque una cifra accettabile. Non avendo questo meccanismo di intervento sul cuneo fiscale, che potrebbe restituire soldi in busta paga o compensare le difficoltà attraverso riduzioni del costo del lavoro complessivo, il governo italiano non ha alcuna arma negoziale.

 

Quali soluzioni concrete ritiene possibili?

L’Unione Industriale di Pordenone ha presentato un documento che propone un taglio salariale che avrebbe potuto essere compensato con remunerazioni in natura fornite dal territorio e dal settore pubblico in termini di prestazioni sociali, abbattimento dei costi degli asili o dei trasporti per i lavoratori cui è chiesto di sacrificare una parte di salario. Subito però sono emerse rigidità sindacali, soprattutto nelle aree più radicali ed estremiste. Nello stesso tempo Electrolux ha sbaragliato le carte, perché ha chiesto dei tagli salariali che vanno al di là di ogni immaginazione.

 

(Pietro Vernizzi)

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