PROGRAMMA RENZI/ Il Premier fa la “lista della spesa” (ma si scorda i soldi)

Ieri al Senato Matteo Renzi ha presentato il suo programma di Governo, con obiettivi importanti che intende raggiungere in tempi brevi. Il commento di STEFANO CINGOLANI

25.02.2014 - Stefano Cingolani
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Matteo Renzi (Infophoto)

“Servono sogni e coraggio” ha detto ieri Matteo Renzi e, di sogni e coraggio, ne ha gettati in quantità ai senatori, cominciando dalla proposta (ripetuta in modo esplicito e circostanziato) di mandare a casa i padri coscritti. Ma il presidente del Consiglio incaricato non ha fatto solo 70 minuti di retorica a braccio. Chi ha stentato a trovare cose concrete sbaglia, perché ce ne sono tante, forse troppe per i tempi strettissimi che si è dato. Il problema semmai è che non ha fornito indicazioni chiare su come trovare le risorse, quelle finanziarie e quelle politiche. Proprio tempi e risorse, infatti, possono diventare la trappola sulla strada dei sogni e del coraggio.

Renzi ha fatto bene a dare subito il senso dell’urgenza. È la differenza più evidente tra lui, il piè veloce, e il suo predecessore Enrico Letta, il temporeggiatore. Sono diversi i temperamenti, differenti le condizioni politiche (dalle intese larghe ma paralizzanti a quelle piccole in cui il Pd ha una chiara leadership) e peggiori le circostanze esterne perché il governo Letta ha atteso troppo: a questo punto c’è il rischio di non acchiappare nemmeno per la coda il nuovo ciclo economico.

Renzi si è dato tempo fino al primo luglio, quando l’Italia assumerà la presidenza semestrale dell’Unione europea. Dunque, poco più di cento giorni nei quali bisogna “fare i compiti a casa” per avere la credibilità di proporre un passo in avanti nella stessa Europa. Non ha specificato di che si tratta, forse non era quella la sede, anche se avrebbe potuto riportare qualche eco concreta della telefonata con Angela Merkel. In ogni caso, il carnet è bello ricco. Vediamolo in estrema sintesi.

C’è un pacchetto di primo intervento diviso in tre misure: 1) lo “sblocco totale” dei debiti della Pubblica amministrazione anche utilizzando la Cassa depositi e prestiti, la quale, a quel che si capisce, potrebbe anticipare la liquidità necessaria; l’impatto sul bilancio pubblico è momentaneo, perché comunque in sede di competenza le uscite dovute sono già contabilizzate; 2) un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese passando anche qui per la Cdp, che a questo punto diventa il volano degli interventi di breve termine; 3) “una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale”.

Che cosa vuol dire doppia cifra? Oltre 10 miliardi di euro oppure oltre il 10%, arrivando al 37% che ci avvicina alla media Ocse (35%)? Secondo le stime pubblicate da lavoce.info, per coprire una riduzione del 10% nei contributi sociali occorrono dei lavoratori sotto i 40 anni, occorrono 27,5 miliardi. Molto di più, naturalmente, se l’intervento fosse generalizzato. Aspettiamo dettagli, in ogni caso siamo ben oltre le proposte avanzate da Letta. Ma è bene ricordare che la Francia ha in cantiere un taglio da 20 miliardi di euro.

Davvero un vasto programma sul quale Renzi ha trovato il sostegno aperto della Confindustria, anche se non ha specificato come recupera i quattrini necessari. Non ha detto nemmeno come farà ad allentare il patto di stabilità interno per aprire spazi a un rilancio dell’edilizia scolastica da realizzare, questo l’impegno, tra giugno e settembre, cioè mentre le scuole sono chiuse per le ferie estive.

Buone intenzioni, si attendono gli allegati. Ma le salmerie seguiranno, secondo la filosofia renziana. Ciò vale anche per gli altri punti programmatici che seguono passo dopo passo gli annunci dei giorni scorsi, a cominciare dalla riforma del lavoro tenendo fermo l’impianto del Jobs Act.

“Noi partiremo, entro il mese di marzo, con la discussione parlamentare del cosiddetto Piano per il lavoro, che, modificando uno strumento universale a sostegno di chi perde il posto di lavoro, interverrà attraverso nuove regole normative, anche profondamente innovative. Infatti, se non riusciamo a creare nuove assunzioni, il problema delle garanzie dei nuovi assunti neanche si pone”, ha detto Renzi. È un impegno di primaria importanza, addirittura il segno distintivo del nuovo capo del governo, a differenza di Letta e dello stesso Monti. Qui la difficoltà non è solo trovare il denaro (non basta abolire la cassa integrazione in deroga e quella straordinaria per finanziare una indennità di disoccupazione universale), ma ottenere il consenso politico e la forza di resistere all’onda del no che arriverà dal fronte sindacale.

Sul fisco, Renzi ha glissato, però il governo ha cominciato male con la gaffe di Graziano Delrio, il braccio destro del presidente incaricato, quello che avrebbe dovuto fare il ministro dell’Economia. Intervenendo domenica in tv ha rispolverato l’aumento delle imposte sui titoli di stato e sulle “rendite finanziarie”, una proposta sbagliata nei tempi, nei modi, nella sostanza. Produce un gettito esiguo finendo per allarmare i risparmiatori che sono già sotto pressione. Suscitare l’impressione che dalle tasche dei contribuenti si toglie con la destra quel che si dà con la sinistra, vuol dire gettare una doccia fredda sulle aspettative. E, come si sa, per far girare il barometro dell’economia verso il bel tempo, le aspettative delle famiglie e delle imprese hanno un ruolo determinante. Rispetto a esse, ogni disquisizione da scienza delle finanze sulle fonti ottimali della tassazione è oziosa e controproducente. Oggi la percezione collettiva è che le tasse sono troppe. Punto. E non si tratta di un’illusione monetaria.

Silenzioso, se non proprio reticente, Renzi è rimasto sula revisione della spesa, citata appena, e sui frutti che se ne possono ricavare quest’anno. Le cifre circolate finora, tra 4 e 5 miliardi, sono del tutto insufficienti per coprire impegni di spesa tanto ambiziosi. Senza contare che la sopravvalutazione del prodotto lordo fatta dal governo passato lascia aperto il rischio di una manovra aggiuntiva, insomma una stangatina prima dell’estate per poter restare entro la gabbia del 3% nel rapporto tra deficit e Pil.

Riforma della legge elettorale e delle istituzioni (abolizione del Senato e revisione del titolo V della Costituzione), Pubblica amministrazione e giustizia sono gli altre tre punti programmatici sui quali mettere mano di qui a luglio, facendo lavorare in parallelo Camera e Senato. Un tour de force: se riesce, tanto di cappello. Ma il discorso è rimasto troppo vago per capire se ci sono solo parole o anche cose concrete.

Renzi è fatto così. Affabulatore con un tocco ancora provinciale, privo dell’aplomb da capo del governo, come molti facevano notare dai banchi del Senato e dalle tribune. Però anche morso dalla ambizione di fare. E fare subito, al più presto, colpire prima che l’avversario possa reagire e poi spostarsi aprendo un altro fronte. Una tattica da guerriglia o, se vogliamo far ricorso all’epica classica, è proprio come combatteva Achille.

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