FINANZA/ Draghi e il “bazooka” che piace a banche e imprese

- Rocco Corigliano

Nei giorni scorsi si è parlato di un possibile Quantitative easing da parte della Banca centrale europea. ROCCO CORIGLIANO ci spiega quali sarebbero gli effetti di questa manovra

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Mario Draghi (Infophoto)

Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia che la Bce avrebbe allo studio, e in fase avanzata di simulazione, la fattibilità di un intervento sul tipo del Quantitative easing (Qe) sperimentato dalla Federal Reserve nel corso della crisi e a più riprese (tre volte) negli Stati Uniti. Questi interventi altro non sono che le canoniche “operazioni di mercato aperto” con le quali la banca centrale si presenta sul mercato e negozia con le consuete controparti (le banche) dosate operazioni di acquisto/vendita di titoli (pubblici o privati, a seconda delle necessità), col fine intervenire sulla liquidità in circolazione (immissione/ritiro di moneta a seconda che si concludano acquisti o vendite di titoli), in via definitiva o transitoria (acquisti/vendite definitive o a termine) e con lo scopo di influenzare anche il livello dei tassi correnti sul mercato (prezzi offerti/domandati, che si riflettono, evidentemente, sul rendimento dei titoli oggetto della negoziazione); come si vede, si tratta dello strumento più classico di politica monetaria, col quale la banca centrale influenza, più o meno efficacemente, le quantità di moneta (liquidità in circolazione e dunque livello di inflazione) e di credito (finanziamento degli investimenti e dunque sviluppo).

A differenza delle operazioni canoniche, quelle in discorso (che si definiscono “non convenzionali”) rientrano in un “programma di interventi”, su precisi titoli e con precise scansioni temporali (col Qe statunitense, ad esempio, 85 miliardi di dollari ogni mese), studiato dalla banca centrale e reso noto al mercato, secondo la nuova impostazione di trasparenza nota col termine di “forward guidance”, col fine di accrescere l’effetto desiderato in termini di espansione o restrizione monetaria e creditizia.

Ciò detto, va ricordato che la Fed, dopo aver sperimentato con successo l’immissione di liquidità per stimolare la crescita, ha già avviato una progressiva riduzione degli acquisiti di titoli che si concluderà entro l’anno in corso. Dal canto suo la Bce ha già effettuato o anche solo annunciato operazioni “non convenzionali”: dopo il programma di acquisto di titoli del maggio 2010 (Smp, Securities market programme), sono venuti i finanziamenti a lungo termine del dicembre 2011 (Ltro, Long term refinancing operations) e l’annuncio degli acquisti diretti di titoli pubblici (Omt, Outright monetary transactions) a luglio 2012.

L’operazione in discorso sarebbe dunque un ulteriore intervento della Bce teso a immettere liquidità per stimolare lo sviluppo, peraltro sul modello di quanto hanno sperimentato anche il Giappone (Abenomics) e la Gran Bretagna (col programma “Funding for lending” specificamente rivolto al finanziamento delle imprese); e raccogliendo il pressante invito che è venuto proprio in questi giorni dal Fondo monetario internazionale, il quale ha evidenziato lo stretto legame che c’è fra crescita del credito e crescita economica. 

Va ricordato anche però che le immissioni di liquidità realizzate dalla Bce avvengono sempre “col freno tirato”, soprattutto per volontà dei paesi cosiddetti “virtuosi”, che temono sempre un risveglio dell’inflazione: si introducono così dei correttivi (ad esempio, la “sterilizzazione” che ha accompagnato il Smp) che, se da un lato servono a contenere il rischio inflazione (oggi siamo allo 0,5%!), dall’altro finiscono per ridurre o addirittura compromettere l’effetto desiderato sullo sviluppo.

Rientrato il rischio del debito sovrano, non si può che auspicare che le nuove operazioni riguardino altri tipi di titoli: se si realizzasse l’intervento sulle Abs (Asset backed securities), ovverossia sui titoli assistiti da garanzie reali, solitamente frutto delle cartolarizzazioni dei crediti iscritti nel bilancio delle banche, si otterrebbe il risultato di stimolare la “produzione” di questi titoli, proprio perché possibile oggetto da offrire in garanzia del rifinanziamento della Bce (il cosiddetto “collaterale”), il che significa che si darebbe un forte stimolo all’allargamento dei cordoni del credito; le banche avrebbero in sostanza la “garanzia” del sostegno della liquidità necessaria a concedere nuovo credito, potendo di fatto “scontare” quei titoli presso la banca centrale.

Per completezza bisogna però richiamare anche due circostanze che risultano decisive per imprimere al sistema la crescita desiderata: la cartolarizzazione e lo scrutinio del credito, due processi apparentemente semplici, ma che di fatto sono molto complessi e ricchi di insidie. La prima, che è bene ricordarlo è alla base della crisi scoppiata nel 2007 (mutui subprime), deve avvenire nel rispetto delle regole introdotte proprio per evitare quella degenerazione (shadow banking) che ha visto protagoniste le grandi banche d’investimento. Per quel che riguarda il secondo, non ci stancheremo mai di insistere sulla relazione fra l’allocazione efficiente del credito (mestiere “antico” ma “proprio” della banca) e la crescita reale del sistema! Detto in altri termini, non si deve far mancare il credito a chi lo merita.

Va da sé che nel nostro caso queste nuove, attese operazioni della Bce darebbero un nuovo impulso al mercato del credito: finito l’esame in corso con l’Asset quality review, passato, ci attendiamo senza problemi, lo stress test autunnale, le banche saranno nelle condizioni di riprendere con rinnovato vigore il loro vero mestiere. Speriamo solo che ci sia sufficiente fermento imprenditoriale, tale da tradursi in credibili progetti d’impresa: su questo la Bce non può proprio intervenire! 

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