I NUMERI/ Così la “Grande Germania” ha fatto a pezzi la nostra industria

Per LEONARDO BECCHETTI, l’Italia sconta soprattutto le conseguenze di politiche Ue sbagliate che hanno fatto crollare la domanda interna mettendo le nostre imprese in condizioni svantaggiose

06.06.2014 - int. Leonardo Becchetti
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Centodiecimila fabbriche e quasi 1 milione di posti di lavoro persi in dieci anni, tra il 2001 e il 2011, a causa della crisi della manifattura italiana. É il quadro che emerge dagli Scenari industriali del Centro Studi di Confindustria, secondo cui nel periodo 2007-2013 la produzione è scesa del 25,5%, mentre nello stesso periodo la produzione mondiale è aumentata del 36%. La conseguenza è che il Brasile supera l’Italia nella classifica mondiale, con il nostro Paese “retrocesso” dal settimo all’ottavo posto. Per Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, «l’Italia sconta soprattutto le conseguenze di politiche europee sbagliate che hanno fatto crollare la domanda interna, mettendo le nostre imprese nelle condizioni di dover scontare gravi handicap competitivi».

Professor Becchetti, che cosa ne pensa del quadro elaborato dal Centro Studi di Confindustria?

Il quadro del Centro Studi di Confindustria è esatto e le cause sono ben note. Prima della globalizzazione l’Italia ha compensato le sue debolezze grazie alla svalutazione del cambio, perché aveva un costo del lavoro relativamente più basso del resto dell’Europa. Poi con l’apertura a Est, la globalizzazione e la fine della possibilità di svalutare il cambio, tutte le debolezze italiane sono venute a galla.

A quali debolezze si riferisce?

Qualche tempo fa un documento di Confartigianato ha sottolineato 50 “spread” tra Germania e Italia, nel senso di 50 indicatori di economia reale fondamentali per il sistema produttivo rispetto a cui il nostro Paese è rimasto indietro. Tra gli altri il costo dell’energia, l’accesso all’ITT, l’istruzione della forza lavoro, la corruzione e la durata delle cause civili. E nonostante ciò l’Italia resta il quinto esportatore al mondo e l’ottava potenza industriale. Quanti riescono a produrre nel nostro Paese nonostante tutte queste condizioni sfavorevoli, significa che godono di un vantaggio competitivo che compensa tutti questi elementi negativi.

Secondo lei, qual è stata la vera causa del crollo della domanda interna?

Il crollo della domanda interna è stato determinato dagli errori a livello di politiche europee. L’Ue ha scelto una politica monetaria fiacca, opposta a quella adottata da Stati Uniti e Giappone per rilanciare la domanda interna, e questo ha portato a una situazione di quasi deflazione o comunque di domanda fiacca. La conseguenza è stata che le imprese che vendono in Italia si sono trovate senza più clienti, e ciò a sua volta ha rallentato gli investimenti determinando effetti devastanti.

Che cosa può fare il governo italiano per invertire il trend?

Sono molto pessimista sul fatto che il governo italiano con le sue sole forze possa invertire il trend. Il compito del governo italiano è quello di andare a Bruxelles e dire: “Questa è l’Europa e non la grande Germania”. L’Italia deve allearsi ad altri Paesi per chiedere che l’Ue modifichi le sue politiche di cambio, monetarie e fiscali, in modo che siano nell’interesse di tutti i paesi. Ciò è fondamentale, perché altrimenti pensare che si possa risolvere il problema soltanto facendo i compiti a casa che poi sono spesso anche sbagliati, non porta a nessun risultato. Oggi diversi quotidiani affermano che bisogna rilanciare la domanda e l’economia anche a costo di deficit temporanei, e questo prima alcuni non lo credevano, ma parlavano delle virtù del rigore che di per sé avrebbe fatto ripartire l’economia.

 

Qual è il compito che ci spetta nei mesi a venire?

L’Italia ha il compito di colmare questi gap di economia reale che ci separano dal modello tedesco. Nel frattempo però dobbiamo chiedere anche un cambiamento in Europa, perché nessuno è contro l’Europa in sé, ma l’euroscetticismo nella stragrande maggioranza dei casi è una protesta nei confronti di una leadership che è stata miope e sbagliata.

 

(Pietro Vernizzi)

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